Nel corso dei primi anni Ottanta, gli schermi cinematografici americani cominciavano ad essere invasi dalle presenze algide e muscolose degli attori-culturisti, simboli perfetti di quella venerazione del corpo e dell’aspetto fisico (leggi: apparenza) che, negli Stati Uniti di Ronald Reagan sembravano essere i valori dominanti. Gli americani, per definizione “giovani, belli e sani” avevano paura di invecchiare, lottavano contro il tempo in tutti i modi possibili (fitness, chirurgia estetica, sport estremi) e anche il cinema, ovviamente, si adeguava alla perpetuazione di celluloide del Sogno Americano (un esempio soltanto: Ritorno al futuro). Oltre a questo, l’isteria rispetto alla “corruzione della carne” e la paura delle nuove malattie insorgenti (AIDS ma anche cancro) portava una sorta di fobia del contatto fisico che il cinema horror americano degli anni Ottanta ha fotografato alla perfezione nella corrente del cosiddetto Body Horror. Mutazioni, lacerazioni, squartamenti e trasformazioni varie ci davano il polso di una nazione in cui la gente non si fidava più del proprio corpo, identificandolo, improvvisamente, come “il nemico”. Rispetto alla Fantascienza politica degli anni Cinquanta, la minaccia non era più “out there”, ma “within”.
In questo contesto, nel 1983, la pop star Michael Jackson, aiutato dal regista John Landis, realizza Thriller, un video musicale che, oltre a rivoluzionare per sempre il concetto stesso di “video music”, si trasforma in una strepitosa metafora della società americana e della storia personale di Michael Jackson. Thriller, utilizzando l’eclettico linguaggio del cinema horror, si trasforma, così, in una sorta di “confessione” da parte di una persona che non è mai riuscita ad accettarsi completamente e che vedeva nella trasformazione corporea (e, di conseguenza, psicologica) l’unica via di fuga da un disagio esistenziale che, è storia recente, avrebbe finito per ucciderla. Intervistato da chi scrive circa il suo lavoro su Thriller, John Landis ha dichiarato: “Michael mi ha chiesto di dirigere il video di Thriller perché aveva visto Un lupo mannaro americano a Londra e ne era rimasto affascinato. Ovviamente il suo interesse era rivolto al cambiamento, mi disse subito che voleva essere trasformato in un mostro. Ma più che al suo aspetto fisico, la mia attenzione era rivolta alla sua sessualità, volevo renderlo sexy! Prima di questo video, Michael aveva realizzato Billy Jean e Beat It, nei quali non entra in contatto con nessuna ragazza. Tra la gente si cominciava a mormorare circa le sue tendenze omosessuali, ed è per questo che in Thriller gli ho affiancato una fidanzata”. A proposito di questo argomento, c’è una leggenda che gira per Hollywood: pare che, quando Michael Jackson venne informato che Ola Ray, la protagonista femminile di Thriller, aveva posato nuda su Playboy, il cantante confessò di non avere mai sentito nominare quella rivista in vita sua.
Sessualità, razza, età sono sempre stati concetti astratti per Michael Jackson, tessere di un puzzle della sua identità che il cantante non è mai riuscito ad incastrare nel modo corretto. Salvato, però, dalla musica e dal trasformismo, Jackson è riuscito a diventare una delle figure più importanti del panorama musicale e ad entrare, per sempre, nella cultura pop di tutto il mondo. E, sospendendo qualunque giudizio morale sulle sue “attività terrene”, sarebbe bello se ora, dovunque esso sia, l’eterno Peter Pan possa aver assunto una “forma” con la quale, finalmente, poter convivere con serenità. In fin dei conti, non è per questo che hanno inventato il paradiso?