Schermo buio, il respiro di un uomo che si fa più affannoso, una serie di tonfi sordi. L’uomo rinviene ed è chiuso in una cassa di legno sottoterra. Ha un accendino e riesce a vedere dove si trova. Urla, chiede aiuto, invano. Passa attraverso tutte le fasi umanamente immaginabili in una simile situazione, dopo essersi ripreso da uno stato quasi catatonico per l’orrore: panico primario, razionalizzazione, speranza, allegria isterica, frustrazione, terrore, accettazione. Un’altalena di stati d’animo scandita dai segnali che riceve dall’esterno, perché nella cassa c’è anche un cellulare con poche tacche di batteria, con il quale l’uomo cerca di mettersi in contatto con l’esterno. Ma il telefono anche squilla e l’uomo riceve gli ordini di colui che lo ha sequestrato e sepolto, in cerca di un riscatto o più semplicemente di vendetta. Siamo in Iraq e Paul, il protagonista, è un contractor, un civile, un camionista che ha accettato di andare in zona di guerra per guadagnare un po’ più di soldi per una famiglia già in crisi. Il suo convoglio è stato vittima di un attentato e al suo risveglio si trova in questa tragica situazione. Cerca le persone che conosce, cerca i datori di lavoro, cerca il Governo degli Stati Uniti, trova legami affettivi interrotti, trova la burocrazia feroce di casa sua, trova segreterie, trova linee occupate, musichette e registrazioni, trova call center e centralini. Trova soprattutto chi lo scarica legalmente per non dover pagare risarcimenti (la scena più surreale e tragicomica). Intanto il tempo passa, 94 minuti di film, altrettanti di ossigeno. Una storia così può finire in due modi: o bene o male, o Paul viene trovato e si salva o non viene trovato e muore. Ma questa non è ciò che interessa al regista. Certo la storia narrata rappresenta una denuncia della leggerezza dei civili nell’andare a cacciarsi in certe zone, da cui sarebbe consigliabile stare ben lontani, e un atto di accusa nei confronti di una burocrazia disumana che considera le persone solo come problemi legali. Ma
Cortés, qui al suo secondo lungometraggio, vuole mettere in scena un solitario incubo claustrofobico (come dice il regista, il valore di una storia non dipende dal numero dei personaggi o dalla vastità dei paesaggi), che per la sua intera durata si regge interamente sulla faccia stravolta di
Ryan Reynolds, mai molto apprezzato come attore, che qui invece se la cava benissimo nel trasmettere tutta la gamma di emozioni dello sventurato personaggio, e che ringrazierà il regista per l’occasione avuta.
Nel Blu-ray edito da MHE l’immagine restituisce con buon dettaglio la fotografia originale, di
Eduard Grau (
A Single Man), per un set che è illuminato solo dalla fiammella di uno zippo, dal display di un cellulare o dalla luce verdastra di una torcia, con la grana voluta date le caratteristiche del film, che è stato girato in digitale. Eccezionalmente coinvolgente anche l’audio, in DTS HD Master Audio in 5.1 sia in italiano che nell’originale, che mixa alla perfezione tutti i suoni che provengono dai vari punti della limitata scena. Come spesso accade più incisiva la traccia originale, grazie alla presa diretta. Come extra, circa mezz’ora di materiale, troviamo un interessante making of che illustra, fra l’altro, le tecniche usate per girare nell’angusta location. Seguono due brevi interviste a Cortés e Reynolds e la presentazione italiana, con scene del film e altre dichiarazioni di regista e interprete.
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Un incubo claustrofobico
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