In un’epoca in cui il cinema (anche quello dell’orrore) è sempre più indirizzato verso una spettacolarizzazione fatta di 3D ed effetti speciali e dove la voglia di non correre rischi e di massimizzare il profitto ha riempito gli schermi di tutto il mondo di sequel e remake, un film come Buried è una vera e propria boccata d’aria fresca. Diretto dall’esordiente regista spagnolo Rodrigo Cortes, il film, infatti, sfida (soprattutto dal punto di vista stilistico) ogni logica commerciale proponendo una storia kafkiana e claustrofobica che avrebbe sicuramente raccolto il plauso convinto di Sir Alfred Hitchcock.
La sceneggiatura, scritta da Chris Sparling, racconta la storia di un contractor americano di stanza in Iraq, Paul Conroy (Ryan Reynolds) che, dopo essere stato rapito, si risveglia sepolto vivo in una bara con a disposizione soltanto una matita, un cellulare con poca batteria ed un accendino. Dopo la sorpresa ed il panico iniziale, Paul capisce che ha poco più di novanta minuti per cercare, tramite il telefono, di essere salvato prima che l’ossigeno finisca.
Affrontando questa “sfida impossibile” con un approccio drastico e diretto, Cortes non cede a facili compromessi (flashback, commento musicale) e ambienta il film interamente all’interno della bara. Il risultato è sorprendente anche grazie all’ottima performance di Ryan Reynolds, unico attore in scena nel corso dei 90 minuti e ad una fotografia incredibilmente nitida ed efficace che “illumina” il buio quasi costante solo grazie alla fiammella dell’accendino e alla flebile luce del telefonino. Ma il vero “miracolo” di Cortes è quello di aver saputo superare i limiti fisici della location confezionando un thriller mozzafiato in cui il ritmo cresce vertiginosamente (insieme all’empatia del pubblico nei confronti del protagonista) fino ad un finale tutt’altro che scontato.
Buried non è, e non è mai voluto essere, un mero esercizio di stile o un saggio di cinema sperimentale; il vero scopo del regista spagnolo era quello di raccontare una storia, di appassionare lo spettatore al dramma interiore (ma non manca nemmeno un briciolo di humour nero) di un uomo che lotta per la sua vita. Dilatando il tempo e lo spazio e con l’aiuto di una sceneggiatura “di ferro”, Cortes ci è riuscito talmente bene da mandare in delirio la platea del Sundance Film Festival e da suscitare il vivo interesse dei produttori americani (si parla di
Steven Spielberg) già in lotta per accaparrarsi i diritti di un probabile remake che, sicuramente, ci deluderà.
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originale, brillante e claustrofobico: da rimanere, letteralmente, senza fiato
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