Niente eroi. Niente trionfatori. Non esistono.
Che lo si voglia o no un po' perdenti nella vita lo si è tutti, sconfitti da una felicità irraggiungibile che può realizzarsi solo sottoforma di simulacri, che siano pagine di giornali su cui campeggiano immagini di imprese e vittorie, videogiochi che riproducono celebri gesta, o semplicemente echi nella mente di un passato "glorioso" (come gli anni Ottanta in questo film) di cui però ora restano solo macerie, polvere, rimembranze sfocate.
Tutto è effimero, fugace, quasi finto proprio come alcuni incontri di wrestling decisi prima di salire sul ring. La glora del Wrestler Randy the Ram (Mickey Rourke) durà 20 anni, poi c'è il buio, qualche colpo di tosse e l'apertura su un corpo martoriato che di quei trionfi porta solo i segni. E sono segni che adesso bruciano, fanno male, perchè consumano un corpo che si scopre non eterno e che si avvia verso la propria naturale fine. Quello della sconfitta è un peso enorme, un'ossessione che lungo tutto l'arco del film grava come un macigno sul nostro gigantesco wrestler, seguito sempre alle spalle da una macchina da presa che lo insegue e quasi lo perseguita.
The Wrestler è il riscatto dei perdenti, o meglio, il loro grido di dolore, di rabbia, la loro rivincita, estrema nel prezzo da pagare, sulla società che li rifiuta e che nemmeno a loro va poi così a genio. Vincitore del Leone D'Oro all'ultimo Festival di Venezia, il film si avvale di una grande regia da parte di Darren Aronofsky, che rinuncia al suo delirante stile virtuosistico per virare verso una maggiore asciuttezza e corporeità, una delicata durezza con la quale non si preoccupa di infierire sadicamente sul protagonista, ma che a tratti sembra quasi incoraggiarlo, incitarlo a rialzarsi, come quando sembra danzare insieme a lui e a sua figlia nel momento forse più toccante del film.
Non poteva comunque esserci The Wrestler senza l'interpretazione di Mickey Rourke, una straordinaria prova d'attore che va oltre tutte le coincidenze che molti si sono divertiti a trovare tra vita del personaggio e vita reale dell'attore. La sua è una prova maiuscola che avrebbe meritato l'Oscar, alla quale comunque si accompagnano le ottime Marisa Tomei e Evan Rachel Wood (splendidi i tre momenti del film con lei presente).
Il film inizia e termina con gli incontri di wrestling, mostra come le ferite si sono inflitte e come le ossa vengono rotte con una spietatezza a tratti indigesta. Tra i due momenti c'è una parentesi quasi onirica, il tentativo di uscire dal guscio e guadagnarsi un posto nel mondo. Per un momento tutto sembra realizzarsi, grazie all'amore di una donna e ad una figlia ritrovata. I sogni però finiscono e la realtà torna a far male, e allora Randy si offre al dolore, si sacrifica e lì vince. Nessuno lo saprà mai, per gli altri sarà un'altra copertina di giornale o un nuovo videogioco, ma nel buio, dopo quell'ultimo tuffo, qualcuno ha già cominciato a contare. Uno, due... tre.
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"Hai mai visto un uomo con una gamba sola che prova a danzare per trovare la sua libertà? Allora hai visto me"... il poeta Springsteen firma un altro pezzo da antologia.
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