Trovo molto difficile dover recensire un film come Shadow. Da un lato, infatti, c’è la voglia di esultare per un horror italiano che si eleva (e di molto) oltre l’imbarazzante livello di sciatteria tecnico-artistica raggiunto da film come Imago Mortis, Smile o Visions; dall’altro non ci si può esimere dal fare i conti con una sceneggiatura fastidiosamente debole, che regge per un tempo per poi “cadere” su un twist narrativo (ormai) tra i più triti e, purtroppo, abusati.
La storia si focalizza su un giovane soldato di ritorno dall’Iraq (Jake Muxworhy) che si reca, con la sua mountain bike, in un isolato luogo di montagna in cerca di un po’ di serenità. Qui, incontra una ragazza (la Karina Testa già vista nel francese Frontieres) che ha avuto la sua stessa idea; mentre si rifocilla in una baita, la coppia entra in contatto con un paio di scorbutici e violenti cacciatori i quali, dopo uno sciocco diverbio, si mettono al loro inseguimento. Inoltratosi nel profondo del bosco, i quattro protagonisti si troveranno di fronte un terribile nemico comune imparando, però, che ciò che appare non sempre è la realtà. Federico Zampaglione, conosciuto per essere il leader dei Tiromancino, dimostra, grazie a Shadow, di essere un vero fan del genere (diverse sono, infatti, le citazioni e le influenze che emergono nel corso della visione) e, contemporaneamente, ci fa pensare che il suo esordio su grande schermo (l’improponibile Nero bifamiliare, 2007) sia stato solo un “incidente di percorso”.
Trovandosi, evidentemente, più a suo agio tra grida, fughe e tormenti che non con i “tempi” narrativi della commedia nera, il regista romano crea un’atmosfera morbosa ed opprimente guidandoci tra i bui anfratti di un laboratorio (il nazi-erotico italiano, in questo caso, è più che un riferimento) nel quale i protagonisti vengono torturati nei modi più atroci da un villain che, se non venisse crudelmente “tradito” dal finale del film, si potrebbe annoverare tra i boogeymen più inquietanti visti al cinema negli ultimi anni. Ed il merito, oltre a qualche trovata azzeccata tipo “la leccatura del rospo”, va assegnato alla prova recitativa di Nuot Arquint, cadaverico interprete di pura malvagità. Nonostante la violenza avvenga sempre fuori campo (stiamo sempre parlando di un film italiano!), Zampaglione – e di questo bisogna dargliene atto – non cerca compromessi riuscendo, a tratti, a raggiungere vette disturbanti (vedi la tortura con la scossa elettrica) degne del famoso Porn Horror americano. Poi, però, cominciano le magagne. Dopo 40 minuti caratterizzati da un buon ritmo e da una messa in scena impeccabile, la sceneggiatura, come anticipato, si sfalda lentamente (e così la regia di Zampaglione) per poi “sublimare” in un colpo di scena “alla Allucinazione perversa” che, francamente, speravo di non vedere mai più. Ciononostante, Shadow rappresenta un passo in avanti nell’agonizzante panorama del cinema di genere italiano e Zampaglione, se vorrà proseguire su questa strada ma con un po’ più di concretezza, ne potrebbe diventare, perfino, uno dei protagonisti.
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riuscito per metà: un vero peccato
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