Dopo aver conquistato gli onori della cronaca (e il cuore degli horror fan) dirigendo
Hostel e il suo sequel,
Eli Roth, protegé di
David Lynch prima e di
Quentin Tarantino poi, si è preso un po’ di pausa dalla regia per dedicarsi alla recitazione (ottima la sua performance nel recente
Bastardi senza Gloria) e, soprattutto, alla produzione.
L’ultimo esorcismo è, infatti, una delle sue ultime fatiche produttive che, se diamo un’occhiata agli incassi americani, scopriamo come l’investimento lo stia ripagando con gli interessi.
Il film, diretto dal giovane tedesco
Daniel Stamm, si focalizza sulla figura del reverendo Marcus Cotton, religioso che, per anni, ha truffato le persone disperate eseguendo finti esorcismi in cambio di denaro. Ora, però, per alleggerirsi la coscienza, ha deciso di filmare un documentario-confessione di quello che sarà il suo ultimo esorcismo. Ma, una volta arrivato alla fattoria di Louis Sweetzer, nella Lousiana, deve affrontare una situazione del tutto inaspettata: Nell, la figlia di Louis, non è, infatti, la solita fanatica religiosa affetta da disturbi psicologici e, per la prima volta, Cotton dovrà guardarsi dentro e fare i conti con la propria fede.
Nonostante la formula stilistica del “finto documentario” (detto anche “cinema verità”) sia ormai abusata oltremisura (tra i titoli più recenti:
Cloverfield, REC e
Paranormal Activity), bisogna ammettere che, quando è costruita come si deve, funziona a dovere. Stamm e soci, infatti, sfruttano al meglio le potenzialità della dicotomia finzione/realtà e, senza mostrare troppo (la violenza è quasi sempre fuori campo), riescono a tenere alta la tensione e a procurare, pure, qualche brivido. Parte del merito di questo risultato va anche agli attori:
Patrick Fabian mette in scena un protagonista sofferto con il quale è facile identificarsi,
Ashley Bell, invece, è perfetta nella parte dell’innocente ragazzina di campagna, fisicamente e moralmente provata dalla possessione demoniaca. Tuttavia, L’ultimo esorcismo, dopo una prima parte in cui presenta i personaggi, costruisce l’atmosfera e stimola la curiosità dello spettatore, crolla in un twist finale che, oltre non mantenere le promesse, manca di originalità (
Rosemary’s Baby vi dice qualcosa?), è troppo sbrigativo ma, soprattutto, arriva troppo tardi. In altre parole: quando, finalmente, si pensa che l’azione cominci…ecco che partono i titoli di coda, le luci si accendono e lo spettatore rimane perplesso e con la vivida impressione di aver assistito ad un’ennesima occasione sprecata. Peccato.
|
Funziona a metà: peccato
|
 |