E’ quasi comico vedere nella sigla iniziale di un film di
Saw, la frase “capitolo finale”. Prima di tutto perché, ormai, sappiamo benissimo che, se il film incassa (e fino ad ora, solo in USA, ha superato i 45 milioni di $) un ulteriore episodio non ce lo toglie nessuno, poi perché
Saw 3D termina, “guarda caso”, con il classico finale aperto propedeutico a…qualsiasi cosa. Se pensiamo, infatti, ad un’altra, prolifica, franchise horror americana come Venerdì 13, notiamo come la frase “capitolo finale” appaia nel titolo del quarto capitolo (1984); peccato che, poi, ne abbiano fatti altri cinque. Detto questo, il settimo capitolo di
Saw presenta le solite, (finora) fortunate, caratteristiche: poca trama, molto sangue e, soprattutto, nuove e machiavelliche trappole mortali.
Dopo un curioso incipit che ci riporta addirittura alla fine del primo film (in cui vediamo il dr.Grant -
Cary Elwes- intento a cauterizzarsi il moncherino della gamba in modo alquanto drastico),
Saw 3D si apre con uno dei giochi mortali più “divertenti” di tutta la saga: nella vetrina di un grande magazzino due ragazzi si svegliano legati alle estremità di un tavolo; entrambi hanno una sega circolare di fronte al viso. Sopra le loro teste, al centro del tavolo, sospesa su di una sega a motore, c’è un’altra ragazza legata: la donna, che se la spassa con tutti all’insaputa di entrambi, potrà essere salvata solo grazie al sacrificio di uno dei due ragazzi. Purtroppo per lei, i due capiscono l’antifona e lasciano che la sega squarci il bel pancino della “donna dai facili costumi”: il moralismo esasperato dell’Enigmista, questa volta, esce vincitore . Dopo questo idilliaco quadretto, la storia entra nel vivo e mostra i suoi personaggi principali: Jill Tuck (
Betsy Russell) l’ex-moglie di John Kramer (
Tobin Bell), la quale si rivolge al detective Gibson (
Chad Donella) affinchè la protegga da Mark Hoffman (
Costas Mandylor) l’ex-detective e discepolo di Kramer che lei ha inutilmente tentato di eliminare alla fine di
Saw VI. Ma il vero protagonista, questa volta è tale Bobby Dagen (
Sean Patrick Flanery), uno scrittore impostore che, fingendo di essere stato imprigionato dall’Enigmista e di essere sopravvissuto, sta facendo soldi a palate vendendo biografie. Ovviamente, tutto ciò attira le ire del killer mascherato (chiunque sia quello attuale…) che lo sottopone ad una serie di prove truculente (che, ormai, assomigliano sempre di più a pure e semplici esecuzioni) per poter salvare la propria moglie.
Non avendo nulla di meglio da offrire che non il solito schema “inventiamo la tortura più bizzarra e disturbante possibile”, il regista
Kevin Greutert punta sull’appeal della tecnologia 3D (che, nonostante sia sbandierata persino nel titolo, è sfruttata poco e male) e spinge a fondo sul pedale del sangue e dello splatter. D’altronde ormai è chiaro a tutti come le vere protagoniste della saga (l’unica, nella storia del cinema, in cui il personaggio principale, il villain, muore dopo il secondo capitolo) siano le torture; ed ecco allora che, mentre queste ultime diventano sempre più atroci ed elaborate (alcune veramente geniali, bisogna ammetterlo), la trama è sempre più pretestuosa, evanescente e, diciamolo pure, superflua. Speriamo davvero sia l’ultimo
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La solita minestra...
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