Se esiste un genere che raramente i produttori si lasciano sfuggire, negli ultimi anni, questo è il biopic incentrato su star della musica.
L’appeal commerciale di una colonna sonora di sicuro successo e, contemporaneamente, di storie travagliate di caduta e riscatto, anche quando (spesso) vanno a finir male, in pieno stile
american dream, è troppo forte per essere ignorato. Specialmente in tempi di crisi…
La breve vita di Christopher George Latore Wallace III, rapper meglio conosciuto con lo pseudonimo di Notorious B. I. G. ucciso in una sparatoria a Los Angeles il 9 Marzo del 1997 a soli ventiquattro anni, con il suo mix di droga, valori religiosi e familiari, successo inebriante e rivalità, anche mortali, che si accompagnano ad esso, non poteva sfuggire ancora per molto al richiamo del grande schermo.
Peccato che Notorious di George Tillman Jr. non riesca a sfuggire neanche ai rischiosi cliches del genere.
Il regista (di cui si ricorda, a stento, Men of honor con Robert De Niro e Cuba Gooding Jr.) limita la messa in scena ad un lineare e cronachistico resoconto dei fatti della vita di Biggie, dall’infanzia sfigata a Brooklyn (provate voi ad essere un bambino decisamente sovrappeso e con occhiali spessi un dito in quel quartiere…) alla sua prima «carriera» come spacciatore, dal carcere all’incontro con Puff Daddy, suo amico e produttore, passando per il successo, i soldi, gli amori, molteplici e maltrattati, ed il cruciale rapporto con Tupac Shakur, che sfocerà nella morte di entrambi.
Il risultato è un godibile ma non certo esaltante film-TV, dal quale Tillman si concede una pausa solo nel momento in cui analizza, senza cedere alla spettacolarizzazione e, quindi, con la giusta amarezza, la faida creatasi tra l’industria discografica della Costa Est (Notorious B. I. G. e Puff Daddy) e quella dell’Ovest (Tupac). L’accusa nei confronti del sistema dei media, «gangster» più crudele di quelli dei ghetti metropolitani, con la sua spietata manipolazione dei personaggi di successo al fine di fomentare scandali di cui nutrirsi finché non ci scappa il morto, è la parte più riuscita dell’intera pellicola.
Onestà ed efficacia che, però, mancano nella descrizione di Notorious e dei suoi amici ed alleati. L’apologia espressa nei loro confronti è totalmente a-critica. I difetti, molti e gravi, del protagonista (nell’ordine: spacciatore senza scrupoli, compagno insensibile e traditore, padre assente) vengono sempre subordinati alla sua grande capacità nel saperli, in qualche modo, redimere.
Probabilmente, avere Sean Combs (alias Puff Daddy) come produttore esecutivo e, di conseguenza, presenza costante sul set non ha giovato all’obiettività. Sarà un caso che lo stesso Puffy sia dipinto nel film come un saggio, carismatico ed amorevole maestro di vita?
Nota sulla versione italiana: l’assenza di sottotitoli durante i brani delle canzoni (scelta inspiegabile dal momento che, in molti casi, si tratta di veri e propri dialoghi «rappati») e, in generale, l’impossibilità di replicare la musicalità dello slang usato dai protagonisti, ci costringe a consigliare, se possibile, la visione in lingua originale.
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Accettabile film-TV, tra hip hop, fanciulle discinte e tanto testosterone
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