Le spie non sono mai state come James Bond, anche i romanzi di Ian Fleming era meno iperbolici dei film. Maestro indiscusso nel descrivere con estremo realismo quell’ambiente, è stato invece
John Le Carrè, che prima di diventare uno dei massimi esponenti della letteratura di spionaggio, è stato dipendente del MI6. Il suo romanzo del 1974,
La talpa, un capolavoro del genere, è ispirato a Kim Philby, celebre infiltrato del KGB, una delle Cinque Stelle o Cambridge Five (gli altri erano Guy Burgess, Donald MacLean, Anthony Blunt, John Caincross), tutti giovani rappresentanti di facoltose e altolocate famiglie che negli anni ‘60/70 hanno minato con il loro doppiogioco il sistema spionistico anglo/americano. Dal suo romanzo è stato tratto il film che in inglese ha il bizzarro titolo
Tinker, Tailor, Soldier, Spy (Lo stagnino, il sarto, il soldato e lo spione, un gioco di parole che prende spunto dalla filastrocca inglese per bambini “Tinker, Tailor, Soldier, Sailor, Richman, Poorman, Beggarman, Thief”), e il perché lo capiremo solo a storia avanzata.
Siamo nel 1973, in piena Guerra Fredda. Nel Circus, nome in codice per l’MI6, il controspionaggio inglese, George Smiley, da poco pensionato, viene richiamato in servizio dopo una disastrosa missione in Ungheria. Serpeggia il dubbio che fra i vertici ci sia un traditore, una talpa, che trasmette informazioni ai sovietici. Ma potrebbe essere una manovra destabilizzante opera del diabolico Karla, storico avversario di Smiley, quasi sua speculare dark side in campo nemico, per seminare dubbi e sospetti e corrompere dall’interno il sistema avversario, dopo aver provveduto a compromettere e screditare i pochi onesti. Tragica e disseminata di morti sarà la strada che porterà Smiley a regolare i conti per il suo Paese e per se stesso, in un torbido gioco di scatole cinesi, una ne contiene sempre un’altra e un’altra ancora. Tutti tradiscono tutti e nessuno si fida di nessuno.
La talpa è uno dei migliori film sullo spionaggio mai realizzati, indirizzato ad un pubblico di attenti appassionati del genere. Per gli altri attenzione, attenzione ai nomi, attenzione ai dettagli (Oldman-Smiley nella contemporaneità e nei flashback ha due montature degli occhiali diverse), ma l’impegno viene ripagato da una storia appassionante di glaciali passioni, di amori impossibili, di idealismo sprecato, di fallimenti esistenziali sanguinosi. Il film mette in scena con rara efficacia e nessun eccesso teatrale una memorabile galleria di grigi burocrati in perenne guerra intestina, un gruppetto di travet umiliati dalla mancanza di fondi, di solitari frustrati, traditi o abbandonati dalle mogli, costretti a nascondere ogni devianza sessuale, pena ipocrita ostracismo. Il grigiore anonimo dalle vite tracima negli abiti, negli arredamenti, nelle strade delle città, nei luoghi di lavoro di anonimo squallore, nessun prestigio, nessun riconoscimento ufficiale.
E allora, perché? Per il Re e per la Patria? O per l’illusione effimera del Potere, di essere finalmente burattinaio e non marionetta? Eccezionale cast, un vero godimento ad ogni entrata in scena per il cinefilo appassionato.
Finalmente un ruolo da protagonista per
Gary Oldman, il perfetto Uomo in grigio, del quale nessuno percepisce i drammi interiori. Di una sottile ambiguità costante
Colin Firth, che aveva già interpretato da giovane una piéce teatrale da cui è stato poi tratto il film
Another Country, altro riuscito esempio di drammatizzazione del personaggio di Guy Burgess. E poi
Toby Jones,
Mark Strong,
Ciarán Hinds,
Tom Hardy,
John Hurt,
Benedict Cumberbatch.
Dirige lo svedese
Tomas Alfredson, al suo secondo lavoro dopo
Lasciami entrare, una delle più belle storie di vampiri di sempre, riuscendo a mantenere una costante, tangibile, logorante tensione sotto l’anglosassone distacco dei protagonisti, governando una trama così complessa che in precedenza era stata trattata solo nel 1979, in una serie tv di sette episodi con
Alec Guinness. Impeccabili, oltre alla regia, sono la sceneggiatura, la scenografia, la colonna sonora, e la fotografia di Hoyte Van Hoytema (
Lasciami entrare,
The Fighter), che restituisce alla perfezione l’incolore cupezza di vite sacrificate su un altare eretto a un dio senza riconoscenza. Il film mostra su quali umane fragilità poggino gli equilibri politici internazionali, su come umane debolezze influiscano su eventi di portata storica, riuscendo perfettamente ad evitare la fastidiosa tentazione di spiare la storia dal buco della serratura, preferibilmente della camera da letto, alla quale non sfuggono tanti film storici, che danno dei personaggi una lettura troppo sentimentale. Qui, nel gelo delle spie che vanno e vengono dal freddo, il sentimento sembrerebbe escluso, mentre affiora lentamente, muovendo devastante le sue pedine. Poca azione e molti dialoghi, il contrario di quanto si tende a fare oggi, una trama complessa che richiede concentrazione, una sfida, insomma, per i nostri tempi frettolosi e superficiali.
Speriamo venga accolta con favore dal pubblico pagante.
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Una fredda emozione
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