Che anche il cinema italiano si sia accorto della recessione e l’abbia sfruttata per confezionare sceneggiature venate da qualche aggiornamento, rispetto alle consuete commedie più o meno di costume, è ormai assodato. Peccato però che non si abbia mai il coraggio di andare fino in fondo, per timore di respingere il pubblico, temiamo, che si presuppone in cerca di divertimento più che di impegno.
In genere finora la crisi è stata dipinta nelle sue conseguenze sulla parte bassa della piramide del potere. Questa volta saliamo a livelli più alti, per parlare di un industriale, Nicola Ranieri, figlio di un emigrato che aveva fatto i soldi con la fabbrichetta portata a livello di eccellenza, e che, sposato bene, era entrato nel salotto buono. Si parla di quell’imprenditoria laboriosa e rimpianta, seri lavoratori, fabbrica a Torino, dipendenti fedeli che nella fabbrica sono invecchiati, bella villa elegante sulle colline della città, una vita di lusso e agi gestita con discrezione. Ma le cose vanno male, molto male, le banche rifiutano sdegnosamente credito, la suocera ricchissima disprezza e deprime, una compagnia tedesca tira per le lunghe una fusione che significherebbe salvezza, gli operai richiedono garanzie. Visto che i problemi, si sa, si portano anche a casa, Nicola, il cui peccato più grande è l’orgoglio, in una sfida (forse) inconscia con la figura paterna, vede peggiorare anche il suo rapporto con la bella moglie Laura, ancora innamorata, che si sente respinta.
Destabilizzato nel sociale, Nicola crolla anche nel privato, sull’unica certezza che aveva. Salvare la fabbrica e salvare il matrimonio, queste sono le priorità dell’uomo, in fondo onesto. Potrà mai ottenerle entrambe?
In un crescendo di reciproci fraintendimenti, la fiducia fra i due comincia a vacillare, generando inaspettate svolte nella loro vita.
E nella trama del film, che vira dalla denuncia politica al melò se non al noir, nel quale la crisi serve solo a far vacillare animi già lesionati. Il secondo tema prende nettamente il sopravvento sul primo, perché se dal dramma economico si può uscire con un escamotage da commedia “all’italiana”, ben più arduo sarà risolvere la crisi sentimentale. In fondo è questione di corna… Non basta mettere sullo sfondo occupazioni di fabbrica e manifestazioni, la crisi finanziaria dell’imprenditore si riduce a pretesto per la sua crisi famigliare, come giustificazione per una reazione inconsulta in tempi stressanti.
Pur impreziosito da una bella fotografia (di Arnaldo Catinari), un bianco e nero leggermente sfumato di qualche tonalità colorata che talvolta si concentra su un oggetto o una fonte luminosa, il film comunica la sensazione di una pur curata fiction televisiva, popolata da personaggi di maniera: l’infido avvocato, finto amico; la suocera esageratamente odiosa e villana; il banchiere troppo sprezzante (tutti troppo maleducati, per essere di quell’ambiente), tutti cattivi i ricchi borghesi e buoni i poveri operai. Ciò nonostante è buona la prova di
Pierfrancesco Favino, attore eclettico. Al suo fianco convince meno
Carolina Crescentini, che non riesce a rendere tutte le sfaccettature del suo personaggio. Compare
Francesco Scianna (
Baaria,
Vallanzasca) nei panni dell’ambiguo avvocato, ed anche
Elena di Cioccio, socia e complice di Laura.
Eduard Gabia (Cover Boy) interpreta l’incauto extracomunitario (anche lui personaggio troppo edulcorato), da cui la signora della buona società si lascia tentare. Il film è diretto dal grande regista
Giuliano Montaldo, 81 anni, tre anni dopo I demoni di San Pietroburgo, una carriera che è iniziata nel 1962 e ha prodotto indimenticabili titoli di quel cinema di impegno civile del quale oggi sentiamo la mancanza (ma chissà se appassionerebbe ancora), nei quali la forza della vera, pura denuncia non perdeva incisività nella spettacolarizzazione (
Gott mit uns,
Sacco e Vanzetti,
Giordano Bruno), ma anche commedie e film di genere (
Il giocattolo,
Gli occhiali d’oro,
Gli intoccabili,
Il giorno prima).
L’industriale delude anche per le aspettative fuorviate da un accorto marketing che lo ha presentato come un prodotto sulla crisi del sistema, vista dalla parte del “padrone”, mentre andrebbe invece venduto onestamente come un melodramma famigliare, la sconfitta di un industriale (borghese) piccolo piccolo, perché questo è in fondo il protagonista, un semplice uomo qualunque anche se in eleganti completi firmati, travolto da problemi più grandi di lui.
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Delusione
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