Non ci si sofferma mai abbastanza a pensare agli incolpevoli, a quanti, del tutto innocenti, hanno subito dalla storia le ingiustizie più crudeli. E gli innocenti totali, le vittime supreme, sono sempre i bambini.
Il bel film francese
La chiave di Sara (nell’originale
Elle s’appelait Sarah) torna su un argomento che di feroce ingiustizia gronda e gronderà nei secoli, quello dell’Olocausto, ma partendo da uno dei suoi teatri meno frequentati dall’informazione, quello francese della Repubblica di Vichy e della retata del Vèlodrome d’Hiver, già esplorato solo dal film Vento di primavera e accennato nel finale di Mr Klein di Joseph Losey. Inoltre la sceneggiatura non si limita a raccontare una volta di più la tragica vicenda ma intreccia il progressivo svelamento di quanto allora accaduto all’indagine compiuta oggi da Julia Jarmond, una giornalista anglo/francese, infelicemente spostata con un architetto francese, alla quale viene commissionato un servizio-inchiesta su quegli eventi.
Dal 1940 la Francia era occupata dall’esercito tedesco. Il Governo collaborazionista di Vichy, guidato dal Generale Philippe Pétain, dopo aver già provveduto a censire tutti i residenti ebrei, aveva accettato le leggi razziali. Nell’estate del 1942 Pétain accettò il compito più infame, su ordine tedesco: il 16 luglio con la collaborazione delle Forze dell’ordine francesi vengono rastrellati 13.000 ebrei, radunati per qualche giorno al Vèlodrome, per essere poi smistati nei campi al di fuori della città, da cui saranno inoltrati ad Auschwitz. Non ne tornerà nessuno. L’argomento è stato quasi rimosso dalla coscienza storica dei francesi: pochissime le foto esistenti, con le figure dei gendarmi francesi cancellate, e il Vèlodrome è stato abbattuto. Perfino De Gaulle non ne ha mai fatto pubblicamente menzione, in nome della riconciliazione nazionale, e bisognerà arrivare al 1995 per sentire Jacques Chirac, allora Presidente della Repubblica, chiedere ufficialmente scusa a nome della Francia. La sceneggiatura, scritta dallo stesso regista Gilles Paquet Brenner insieme a Serge Joncour, è tratta con qualche variazione dell’omonimo libro scritto da Tatiana De Rosnay (Mondadori).
Paquet Brenner intreccia in due piani temporali la vicenda di una famiglia ebrea, vista attraverso gli occhi della bambina Sara, che aveva dieci anni al tempo del rastrellamento, e la storia di Julia che nella sua indagine finisce per scoprire che proprio il suo attuale appartamento, lasciato dagli anziani suoceri, apparteneva alla famiglia deportata. Ripercorrendo la vicenda grazie alle scarse documentazioni ancora esistenti, finirà sulle labili tracce dell’unica sopravvissuta, in un percorso che la toccherà più da vicino di quanto avesse mai immaginato. Perché nella sua più intima vicenda famigliare finirà per rispecchiarsi il discorso della coscienza collettiva. Chi siamo, cosa sono stati i nostri genitori, cosa ci ha portato oggi ad essere come siamo e a fare determinate scelte? Non è mai troppo tardi anche se solo per un tardivo e trasversale tentativo di risarcimento.
Pur romanzando la Storia con una vicenda di finzione, il film ottiene l’effetto voluto, riuscendo a commuovere senza calcare mai la mano sull’effetto melodrammatico, grazie anche alle misuratissime prove di tutti gli attori, fra i quali spicca la sempre trattenuta eppure intensa
Kristin Scott Thomas, ben affiancata da
Frederic Pierrot (il marito).
Niels Arestrup interpreta un ruvido contadino, mentre la ragazzina Sarah è
Mélusine Mayance. Compare brevemente ma in un momento molto significativo anche
Aidan Quinn. Da segnalare la bellissima colonna sonora di Max Richter.
Nel toccante finale colpisce anche il pensiero di quali siano le incredibili e tortuose strade che il destino sceglie per portare le persone dove vuole che si trovino, dopo avere giocato con le loro vite.
La chiave di Sara è un’altra storia cinematografica che, oltre ad informare, da una prospettiva diversa ripassa gli strazi che gli uomini sono capaci di infliggere ad altri uomini, in un tormento senza fine perché doloro e ingiustizia si allargano come cerchi nell’acqua travalicando i decenni. Per la salvezza non c’è che la buona volontà del singolo, come ha sintetizzato
Spielberg in
Schiendler’s List: “chi salva un uomo salva il mondo intero”. Perché l’indifferenza non vuol dire non colpevolezza. Una volta di più si sottolinea l’importanza assoluta della conoscenza, della memoria, perché a Julia viene spesso chiesto che senso abbia il suo indagare, se non sia nocivo andare a rivangare, a scoperchiare tombe, ad agitare antichi fantasmi. La risposta è che noi “siamo il prodotto della nostra storia” e senza conoscere la nostra storia è più facile ripeterla.
Come già nella recensione di
Vento di primavera, riportiamo nuovamente la frase di Primo Levi, anche qui perfetta: “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”.
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Toccante
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