Procedere per stereotipi è sempre sicuro, perlomeno nella commedia, mettere a contrasto precise categorie, maschi contro femmine, meridionali contro settentrionali, giovani contro vecchi, dipendenti contro padroni, tifoserie opposte, funziona sempre.
Dopo il successo di
Benvenuti al Sud, remake italiano del fortunatissimo
Giù al Nord, film francese scritto e diretto da
Dany Boom, qui produttore esecutivo, un sequel era già scritto.
Questa volta troviamo Alberto (
Bisio) con l’incontentabile consorte Silvia (
Finocchiaro) finalmente ri-trasferito a Milano, mentre Mattia è rimasto nel suo delizioso paesino con la moglie Maria (
Lodovini) e figlioletto. Alberto ha fatto carriera, grazie ai successi conseguiti al Sud, e si trova responsabile di un demenziale progetto per rendere super-efficiente il servizio postale, caldeggiato da un dirigente stile Marchionne, ma anche Brunetta (
Paolo Rossi). Da Catellabate sopraggiunge però lo stranito Mattia, trasferito a forza per costringerlo a “ crescere” dalla mogliettina stanca delle sue indecisioni. La sua presenza farà da detonatore, mettendo tutti i personaggi nella condizione di dover decidere cosa davvero vogliono dalla vita, nella struttura tipica dei Buddy Movies, in cui personaggi opposti finiscono per influenzarsi virtuosamente, come del resto era già successo nel film precedente.
Come sempre (ma quante volte ci tocca sentircelo dire) la virtù sta nel mezzo. A contare di più sarà alla fine la presa di coscienza che i protagonisti, mogli comprese, devono sì darsi una regolata, ma entrambi devono obbligatoriamente mandare a quel paese l’insopportabile dirigente.
Purtroppo dopo un avvio abbastanza brillante il ritmo rallenta, la storia si spegne nella parte centrale in una serie di situazioni e gag ripetitive, mentre si assiste alla prevedibile inversione di marcia dei due personaggi, Mattia che diventa un efficiente manager e Alberto che scopre le gioie dell’ozio (come del resto aveva fatto in Benvenuti al Sud). Meno comico di tutti è il personaggio affidato a Siani, perché nella sua flemma è pure uno sofferente per il distacco dalla famiglia, quindi non particolarmente di buon umore e la cosa traspare fin troppo. Più spassosa risulta l’ormai coppia di fatto Bisio/Finocchiaro, con la simpatica attrice che si sdoppia nel personaggio della madre, l’insopportabile suocera milanese al cent per cent.
Ovvio che si calca la mano su ogni stereotipo possibile, ma questo è il gioco dichiarato della sceneggiatura, scritta dallo stesso regista insieme a Fabio Bonifacci, rifacendosi al film precedente, oltre a Renzo Arbore e ai soliti Totò e Peppino.
Il film è ambientato soprattutto in una Milano ripresa da cartolina, per farla sembrare migliore di quanto non sia.
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Inconsistente
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