2004. È una serata come tante in un locale di Manhattan, dove si esibiscono alcuni dei migliori rappresentanti della scena rock newyorchese. Una serata, quindi, speciale, come tutte quelle che vedono esibirsi su quel palco uno dei chitarristi più gettonati del momento: Jason Crigler. Le sue dita scivolano agili e leggere sulle sei corde tese e il pubblico che riempie la sala dimostra di apprezzare il risultato di quel connubio, come ci raccontano i volti che scorrono sullo schermo: i parenti di Jason.
Finisse qui, sarebbe l’incipit perfetto per un documentario sull’universo musicale underground che si agita sotto la vernice pop della discografia made in USA. Purtroppo, però, l’incipit prosegue, le facce sullo schermo pronunciano più volte la parola “incidente” e la storia raccontata dal film cambia di colpo la propria direzione. Le luci dei riflettori si annebbiano, i colori si confondono e le ginocchia improvvisamente fragili di Jason toccano il suolo. Aggrappato a sua moglie Monica, il ragazzo sussurra “ho bisogno d’aiuto”, poco prima di essere avvolto dall’oscurità. Un’oscurità che dura due anni. Un’oscurità densa delle vite dei familiari di Jason, unite da un incrollabile, incandescente ottimismo.
Una forza in grado di “riconoscere la bellezza nella tristezza”, dice convinta Monica. E, quando le dita di suo marito, per più di un anno contratte e avvinghiate nel loro stato semi-vegetativo, tornano ad accarezzare le corde della sua chitarra, lo spettatore capisce quanto irrinunciabile fosse quella bellezza.
“Se supera la notte, non resterà molto di lui” è la sentenza senza appello che i dottori pronunciano ai parenti del chitarrista, ridotto a un "nodo umano" la notte del ricovero a seguito dell’emorragia cerebrale che l’ha colpito.
Una realtà ingiusta e la rabbia e il dolore che l’accompagnano, segnano l’inizio crudele de Il silenzio prima della musica di Eric Metzgar. Perché solo passando attraverso una crudeltà tanto pura e terribilmente quotidiana (sono milioni i Jason Crigler del mondo) è possibile stupirsi e, in un secondo momento, gioire pienamente per la forza del sentimento capace di sovvertirla. Un amore capace di compiere un miracolo, pur essendo molto lontano da qualsiasi fede (“pensare positivo/penso che funzioni/proprio il contrario di portare pietre in chiesa” recita il testo della canzone composta da Jason per raccontare la sua esperienza), fondato com’è sulla consapevolezza della possibile sconfitta e non sulla convinzione di un esito comunque positivo.
Metzgar, narratore eccezionale, dirige, gira ed assembla materiali diversissimi (dalle sue interviste ai Crigler alle riprese, spietate, della riabilitazione ospedaliera, dai filmati dei concerti ai video amatoriali) costruendo, così, un racconto prima tremendo e disorientante, poi straordinario in virtù del suo lieto fine così tenacemente cercato.
Jason è in piedi sul palco, con la sua chitarra ad aiutarlo mentre si riprende la sua vita, lasciata in sospeso, al buio, due anni prima, mentre noi stiamo guardando una delle opere più commoventi degli ultimi anni.
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