Crescere, invecchiare, capita a tutti prima o poi.
Maturare, diventare adulti, invece, è tutta un’altra storia e la vita di Luke Shapiro sembra essere una costante, fastidiosa conferma di questa scomoda verità.
Difficile parlare di maturità, infatti, quando i tuoi genitori litigano in continuazione come due adolescenti ed il tuo psichiatra è anche il più fedele cliente del tuo «lavoretto estivo» come pusher di marijuana. Del resto “qualcuno deve pur lavorare qui” come dice Luke a sua madre, mentre la sua esistenza da tipico adolescente sfigato va incontro alla fatidica ultima Estate prima del college. Nel corso di essa Luke conoscerà anche l’Amore (il maiuscolo è d’obbligo), il primo Amore, quello troppo perfetto e, quindi, illusorio e destinato a non durare.
Siamo nella New York del 1994, quella del neo-eletto sindaco Rudolph Giuliani e della «tolleranza zero» come soluzione approssimativa a problemi complessi come la criminalità nelle periferie degradate ed i senzatetto. Una New York verso la quale Luke punta un rabbioso e simbolico «dito medio» che ricorda da vicino il bellissimo monologo allo specchio di Edward Norton ne La 25ª ora di Spike Lee. Proprio in questo desolato panorama il giovane troverà un’inaspettata guida nel suo psicanalista, il Dr. Squires (impossibile non definire straordinaria la performance di Ben Kingsley: basti pensare che prima del medico attempato, strafatto e sopra le righe di Fa’ la cosa sbagliata, nel 1982 quest’eccezionale attore vinse un Oscar per la sua interpretazione di Gandhi…). I due outsider tenteranno di dare un senso alle loro sconvolte esistenze. Che forse non c’è, ma che importa in fondo?
Alla sua seconda prova da regista (dopo lo slasher All the boys love Mandy Lane), il giovane Jonathan Levine fa centro.
Fa’ la cosa sbagliata – The wackness, vincitore nel 2008 del Premio del Pubblico al Sundance Film Festival, è un’opera leggera eppure profonda, che dice molto di più sui dilemmi e le sfide del diventare adulti di quanto non facciano certe, pretenziose pellicole adolescenziali (anche «made in Italy»).
Confrontarsi con l’«Estate della maturità», uno dei miti fondativi degli Stati Uniti più sfruttati da Hollywood (al pari del mito della frontiera o del Selvaggio West) ed ormai entrato nell’immaginario collettivo globale, rappresentava un rischio notevole. Levine, però, dimostra che anche in un presente cinematografico avaro d’idee, è possibile raccontare una storia, certo non originalissima, in modo più che dignitoso.
Un inno alla sconfitta che è anche un omaggio al loser che è in ognuno di noi e che dovremmo riscoprire per sopravvivere a questi tempi che premiano l’apparenza di cui è rivestita certa mediocrità e che rigurgitano la logica del «vincere ad ogni costo» tanto cara agli anni ’80.
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