È un film bipolare, Che, come il suo autore. Un film dall’anima divisa in due, e a sua volta ancora in due. Probabilmente perché Ernesto Guevara, detto Che, era una persona con molte sfaccettature. Irrappresentabile in un’opera unica. Che, l’opera magna di Steven Soderbergh, è un film di oltre quattro ore (così è stato presentato allo scorso Festival di Cannes), che arriva nelle nostre sale diviso in due parti. Che – L’argentino esce per primo, e racconta la gloriosa rivoluzione cubana. Che – Guerriglia, uscirà il primo maggio, e racconterà la battaglia perdente, quella in Bolivia, e la sua caduta.
Ma anche Che – L’argentino è a sua volta diviso in due parti nettamente distinte. Le immagini della rivoluzione cubana, girate a colori e in maniera naturalistica (è stata usata una nuova camera digitale che ha la risoluzione della pellicola e ha permesso di girare quasi sempre con le luci naturali) del 1957 si alternano a quelle del suo discorso all’Onu, a New York, nel 1965, in un bianco e nero che Soderbergh ci ha già dimostrato di amare parecchio (Intrigo a Berlino, Delitti e segreti). Due visioni completamente diverse: il Che combattente e rivoluzionario e il Che politico, e in qualche modo, mediatico. Se infatti nella parte cubana la mano del regista non si sente, nel senso che vediamo le vicende così come accadono, in quella newyorchese la macchina da presa indugia con zoom, primi piani, a ricercare lo stile della ripresa televisiva in bianco e nero del tempo, e a ricordarci la natura mediatica e mediata, cioè filtrata attraverso le riprese e le domande dei giornalisti occidentali, di quelle immagini.
I primi piani indugiano sui particolari, quasi a voler sezionare/scandagliare la figura iconica di Che Guevara: il celeberrimo sigaro, sul cui primo piano si apre il film, il basco, gli anfibi e l’uniforme da guerra, indossata anche nelle occasioni ufficiali per ricordare la sua natura di combattente e il concetto di rivoluzione permanente. Infatti Ernesto Guevara non si fermerà, non continuerà a fare il politico, ma si rimetterà in gioco per un’altra rivoluzione. Quella che vedremo nella seconda parte del film. “Lei non potrà mai smettere di essere un rivoluzionario?” “Non ho intenzione di andare in pensione” sentiamo dire in un botta e risposta con una giornalista.
È bipolare anche il regista del film, Steven Soderbergh, diviso ormai in maniera metodica tra i suoi blockbuster di intrattenimento (Ocean’s Eleven e compagnia) e i suoi film impegnati (Traffic, Syriana, di cui era produttore). Il suo problema è che i suoi film gigioni risultano spesso troppo vuoti e privi di spessore, e quelli impegnati sono spesso tediosi e privi di mordente. Anche Che – L’argentino non sfugge a questa regola: risulta spesso ripetitivo e manca di quella passione (che era presente invece ne I diari della motocicletta sul giovane Guevara) di cui una storia simile avrebbe bisogno. Anche se ha il pregio di parlare di ideali (patria o morte) che oggi sembrano svaniti. Chissà se un giorno Soderbergh riuscirà a operare una sintesi tra le sue due anime: rendere più intensi i suoi film divertenti e più divertenti i suoi film intensi. Potrebbe anche essere con il suo prossimo film: Che – Guerriglia. Per saperlo dovremo aspettare poco, fino al primo maggio.
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Ideali immortali e le massime del Che rendono il film un vero “manuale di guerriglia”. Il messaggio è notevole, la passione un po’ meno.
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