L'incubo di ogni amante del Cinema si è avverato.
Pessima TV di costume e Settima Arte nella sua forma più approssimativa, ai limiti del risibile e oltre, si sono incontrati.
L'autore di un simile scempio, ma il termine «colpevole» è decisamente più calzante, è Roberto Burchielli, creatore e regista di «perle» televisive come Paperissima, Mondo Gabibbo e 8 mm. Il mandante è, però, Raoul Bova, stanco di farsi "chiamare amore" e ansioso di cimentarsi con un'esperienza recitativa che lui stesso definisce "estrema", lontana dallo stereotipo dell'eroe bello e b(u)ono. Ha così prodotto, con la SanMarco fondata con la moglie Chiara Giordano, questo Sbirri.
Bova interpreta Matteo Gatti, reporter d'assalto che tutto il mondo c'invidia determinato a far luce sulla morte per droga del figlio adolescente. Ossessionato dai sensi di colpa per non esser stato un padre presente, decide di perseverare nell'errore lasciando a casa la moglie incinta (Simonetta Solder che piange, annusa i vestiti del figlio defunto e urla isterica per tutta la durata del film...) e seguire, da infiltrato, le operazioni di una Squadra Speciale antidroga di Milano.
E qui si arriva alla strombazzatissima «invenzione linguistica» della pellicola di Burchielli: l'attore romano, travestito con espedienti tristemente simili a quelli della trasformazione di Pippo in Super-Pippo nei fumetti Disney, prende parte ai veri arresti di spacciatori e tossici, riprendendoli con una telecamera digitale. Contemporaneamente ci mette a conoscenza delle vite di questi eroici, e spaventosamente politically correct, poliziotti (il salario misero, l'ideale di giustizia, la sensazione di "stare facendo qualcosa" per il bene della società: insomma, tutto quel perbenismo benpensante che abbonda in qualsiasi fiction di terz'ordine...)
Tutto vero. Tutto reale. Tutto terribilmente finto.
L'inguardabile operazione di spettacolarizzazione del reale, tipica dei vari programmi di «real TV» (che, non a caso, non guarda nessuno a giudicare da come rimbalzano a orari improbabili nei palinsesti) invade lo schermo cinematografico vedendo la sua ipocrisia e tutti i suoi difetti, conseguentemente, ingigantiti.
Ancora peggiore, se possibile, la fiction innestata su questa finta realtà. Una trama banale come raramente se ne sono viste è, infatti, mal recitata da attori che improvvisano (perchè il presunto dogma della verità di Burchielli pretende l'assenza di script: ma chi l'ha detto?) senza saperlo fare e accompagnata da una colonna sonora che, per enfasi e bruttezza rivaleggia con i peggiori filmini di matrimoni.
Raoul Bova cercava un'esperienza estrema?
Non possiamo parlare per lui ma chi avrà il coraggio di andare a vedere Sbirri proverà senza dubbio una sensazione forte almeno quanto il bungee jumping. Senza elastico.
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Il film più brutto della vostra vita? Questo, se andrete a vederlo!
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