“
Il nuovo caratterista del cinema d’autore”.
Questa frase, pronunciata da
Michele Placido dopo la proiezione veneziana de
Il grande sogno, rappresenta una bella responsabilità per
Nicola Acunzo, classe 1976, che nel film interpreta Rocco.
Una carriera divisa tra teatro, televisione ed importanti partecipazioni cinematografiche tra le quali sono da segnalare, oltre alla pellicola di Placido, Manuale d’amore 2 di Giovanni Veronesi, uno dei maggiori successi del 2007, e Le rose del deserto, ultimo lavoro di Mario Monicelli.
Una carriera molto promettente che, però, proprio a causa dello script de Il grande sogno, rischiava di essere stroncata. Nel corso del film, infatti, il suo personaggio si rivolge costantemente a quello interpretato dal sex symbol Riccardo Scamarcio con l’appellativo “pezz ‘e ‘mmerd”. Questo poteva scatenare le ire delle donne di mezza Italia, mettendo a rischio la sua stessa incolumità. Quando gli facciamo notare il rischio che ha corso, ci risponde, con la simpatia che lo caratterizza, che “dalla mia parte avrei avuto, però, tantissimi uomini a difendermi!”
Un’allegria ed una serenità che permangono anche quando, nel corso della nostra intervista, affrontiamo temi scomodi, riguardanti la sofferta situazione del cinema in Italia, vista dagli occhi di un attore che la vive in prima persona.
Il personaggio che interpreti ne Il grande sogno, Rocco, è uno di quelli che, solitamente, gli attori caratteristi apprezzano particolarmente ed è, a mio parere, uno di quelli più riusciti nel film di Placido. Quanto è difficile in Italia trovare ruoli del genere?
Devo ammettere che si fa davvero molta fatica a trovarne. Nel film d’autore è difficile poter dimostrare di saper essere anche un interprete vero e proprio. Generalmente il «carattere» è brillante, brioso, con la funzione ben precisa di introdurre, nel contesto della pellicola, l’elemento della commedia. La difficoltà grossa sta nel riuscire ad essere «interprete», a costruire un personaggio con delle sfumature, anche avendo a disposizione un carattere con compiti ben determinati. È una difficoltà che io riesco ad evitare proprio perché mi sento, in primo luogo, un interprete e non propriamente un caratterista ma che, tuttavia, in Italia esiste.
E all’estero credi sia diverso?
Non voglio passare per un «esterofilo» però, da noi, c’è un maggior scetticismo circa la possibilità che un buon caratterista sia anche un buon interprete…
E qual è la ragione di questo scetticismo, secondo lei?
Forse perché non siamo più abituati a quel tipo di commedia che ha contraddistinto il nostro passato cinematografico. Oggi i film comici, purtroppo, non funzionano più proprio perché ci sono solo «maschere» e pochissimi interpreti. Un attore che vuol fare commedia è obbligato a passare per i film di Natale o pellicole simili, demenziali, che sono prevalentemente affidate, appunto, alle maschere.
A proposito della commedia del passato e dei suoi maestri: lei ha avuto la possibilità di lavorare con Mario Monicelli ne Le rose del deserto. Che tipo di esperienza è stata?
Per quanto mi riguarda, si è trattato di un momento di riferimento per la mia carriera. Grazie al lavoro su quel set ho capito la mia vera identità. Ho capito di poter essere un caratterista che, però, può partecipare alle pellicole d’autore.
Nel mio lavoro, ci si chiede continuamente se si è in grado di «reggere» ruoli da protagonista e ne Le rose del deserto io sono riuscito a capire di poterlo fare. E questo grazie a Monicelli che lasciava spazio alle mie capacità. Se un simile maestro mi lascia la possibilità di esprimermi liberamente forse è proprio perché lui riesce, più di altri, a riconoscere l’interprete dietro al caratterista, in quanto abituato a lavorare con attori che erano straordinari in questo. Del resto, Monicelli ha fatto film con Totò…
Inoltre, considerando che Le rose del deserto sarà, probabilmente, l’ultima pellicola diretta da Monicelli, deve riconoscere che è stata una gran fortuna, come attore, aver colto questa occasione.
Sì, decisamente una gran fortuna! Anche perché è grazie a Le rose del deserto che sono riuscito ad ottenere il ruolo ne Il grande sogno.
In effetti, Michele Placido, regista de Il grande sogno, aveva una parte in quel film. Come è successo?
Io sono stato praticamente raccomandato da Monicelli, il quale un giorno disse a Placido, riferendosi a me: “Mi raccomando, tienilo d’occhio Acunzo. Ti servirà…” È stato lo stesso Placido a confidarmi questa frase del maestro grazie alla quale ho avuto il regalo dei due mesi passati sul set de Il grande sogno. Inutile dire che ero entusiasta!
Per non parlare, poi, di quando, nel corso della presentazione del libro Le mosche del deserto, contenente le foto di scena del film, molte delle quali fatte da me con la mia macchina fotografica digitale, presentai Monicelli a mia madre che si sentì dire: “Non si preoccupi, signora. Suo figlio è in gamba. Ce la farà!” Detto da Monicelli, è una soddisfazione notevole.
La sua formazione, però, è soprattutto teatrale, un settore dove un attore ha, credo, maggior possibilità di mettere in mostra le proprie capacità con spettacoli diversi. Con chi ha lavorato e su quali testi?
È vero, io vengo dal teatro e non mi riferisco soltanto a quello dialettale con le mie collaborazioni con Vincenzo Salemme. Ho recitato anche al fianco di Renato De Carmine, un attore che per oltre trent’anni è stato in voga al Piccolo di Milano con Giorgio Strehler, e in Io Luigi Pirandello, diretto da Placido. Ho lavorato, poi, con Arnoldo Foà.
Tornando al cinema, a parte i grandi nomi citati, lei ha partecipato anche a progetti indipendenti, come Sleepless di Maddalena De Panfilis che, però, sta avendo non pochi problemi distributivi, come spesso accade in Italia…
In effetti Sleepless sta avendo delle difficoltà per quanto riguarda la distribuzione a causa delle solite questioni economico-burocratiche. Però sarà in concorso al prossimo Festival di Salerno e mi auguro che possa avere un riscontro positivo in modo, magari, da smuovere un po’ la situazione distributiva del film che, è bene ricordarlo, non è totalmente indipendente. Il cast comprende nomi importanti come Valentina Cervi, Violante Placido, Pietro Sermonti. C’è anche la partecipazione di uno scrittore come Stefano Benni in un cameo.
Si tratta, insomma, di un film un po’ diverso rispetto alla produzione media italiana. Non crede, a tal proposito, che pellicole del genere, proprio perché non facilmente «catalogabili» e singolari, siano svantaggiate nel nostro paese?
Purtroppo è così. Se oggi un film non è, appunto, catalogabile, proprio come Sleepless, va incontro a delle difficoltà. Da questo punto di vista, il cinema in Italia è segnato da tantissimi stereotipi.
Non come nel ’68, epoca che contrastava fortemente proprio certe presunte verità consolidate. Tornando, quindi, a Il grande sogno, qual è stato il suo rapporto con quel mondo che, oggi, proprio in virtù dei nuovi stereotipi che si stanno affermando, appare così lontano?
Il mio rapporto è stato «filtrato» dall’esperienza di Placido il quale mi ha spiegato che, se loro non avessero fatto la contestazione nel ’68, se quelle persone, come il mio Rocco nel film, non avessero avuto il "sangue agli occhi", molte delle cose che, oggi, diamo per scontate, non esisterebbero. A partire, soprattutto, dalle piccole battaglie che loro conducevano, come quella mostrata nel film per la mensa universitaria. Si trattava di lotte che avevano, allora, un’importanza vitale, perché servivano ad abbattere un sistema sbagliato, ben espresso nella scena dell’esame di Rocco, dove il professore, constatata la sua impreparazione per motivi di lavoro, gli dice, sprezzante: “O si studia o si lavora”. Oggi, anche grazie al ’68 quindi, lavorare e studiare allo stesso tempo è una cosa normalissima. Se personaggi come il mio Rocco non avessero combattuto con una tale foga a quell’epoca, probabilmente non avremmo, oggi, un presidente americano di colore, come riconosce lo stesso Barack Obama.
Molti ritengono, però, che il sogno del ’68 sia fallito…
Io credo che, in realtà, quel sogno si sia, invece, per metà realizzato proprio in virtù di questo tipo di nuove possibilità che ha messo a disposizione per le generazioni future.
Una lotta, quella, che lei ha sentito come sua, quindi?
Assolutamente sì! La rabbia di Rocco è anche la mia rabbia di ragazzo proveniente dal Sud, arrivato da solo a Roma, costretto a fronteggiare i provini, gli incontri difficili con i registi. Pensando a questi aspetti, era naturale che la mia rabbia emergesse e divenisse quella di Rocco. E questa è anche una tecnica che, a volte, uso consapevolmente: riversare le mie sensazioni reali nella finzione dei ruoli che interpreto. In questo senso mi viene in mente un aneddoto da Le rose del deserto. All’inizio delle riprese, un collega ed io dovevamo girare la nostra prima scena diretti dal maestro e lui era nervosissimo. Lo ero anch’io ma riuscivo a mascherarlo meglio e, ad un certo punto, nel vedere la sua tensione, mi è venuto da ridere e Monicelli, che ovviamente ha occhio per queste cose, ha messo quella mia sensazione divertita nella scena, anche se, da copione, non era prevista. È questa la magia del cinema: grazie ad essa, quel mio stato d’animo è diventato eterno.
Da un aneddoto del passato, al futuro: cosa sta preparando adesso?
In realtà in questo momento sono in stand-by, come, per fortuna, capita a tutti gli attori nella loro carriera: fare un paio di film non significa essere, in seguito, sommersi dalle proposte. Adesso, però, che i primi passi, grazie a dio, sono stati fatti, posso permettermi non tanto di scegliere le sceneggiature (non vorrei passare per un «fighetto»… [ride]) ma almeno di cercare qualcosa di particolare rispetto alle solite cose.
Magari una commedia come si deve?
Sinceramente no. Tra una sceneggiatura drammatica ed una comica, preferirei quella drammatica semplicemente perché non avrei bisogno di studiare, di migliorare per fare la commedia, un genere nel quale mi sono cimentato in moltissime occasioni. Ho avuto, in passato, delle proposte da programmi come Zelig, Colorado ma penso che un attore, per stare bene con se stesso, ha bisogno di completarsi su vari fronti, di misurarsi con ruoli diversi…
Ha già qualche idea in proposito?
Ad esempio, mi piacevano moltissimo tutti gli «scagnozzi» cattivissimi che lavoravano per Al Pacino in Scarface! In fondo il mio primo piano, come dice Placido, “lo permette”.
E su quest’ultima battuta, ridendo, lo salutiamo.