«Zed is dead baby. Zed is dead», diceva Bruce Willis alla sua graziosa e leggermente stordita Fabienne in una scena cult di Pulp Fiction: un paio di decenni più tardi quell’icona anni ’90 di femminile leggerezza si è trasformata in una combattiva regista quarantenne assai poco svampita e decisamente arrabbiata. Ospite del Festival del Film di Marrakech, l’ex Fabienne Maria De Medeiros ha due obiettivi: scappare in Brasile, ma solo dopo aver fatto arrabbiare la Francia. Un paese, dice lei, «incredibilmente misogino».
Perché questo giudizio sulla Francia?
Perché è un paese che si rifiuta di fare i conti con la propria misoginia. Se provi ad affrontare un argomento come la violenza sulle donne, per esempio, la risposta più comune è che non si tratti di un problema francese. Peggio della Francia, dicono, ci sono l’Italia e i paesi latini. E invece il numero di violenze sulle donne in Francia è doppio che in Spagna, dove il problema è sentito e se ne parla. Sto scrivendo un film sull’argomento, un progetto storico sul movimento di liberazione delle donne francesi. Spero di trovare i fondi necessari: anche da noi si comincia a parlare di tagli alla cultura.
Come regista si è mai imbattuta in pregiudizi? Il mondo del cinema, in Italia come in Francia, è decisamente al maschile…
Come in tutti gli ambiti di lavoro anche nel nostro le donne devono lottare per ottenere uguali diritti. Ho avuto delle sorprese, alcune belle e altre brutte. Per preparare il mio primo film, Capitani d’Aprile, ho frequentato una caserma: ero giovane, avevo vent’anni, e nonostante tutto nessuno si è azzardato a far commenti. Mi sono sentita addirittura rispettata. I problemi sono venuti dopo, con i produttori e con certa stampa machista che non sopportava l’idea che fosse una donna a dirigere quel tipo di film. Il dramma del sessismo è che si nasconde spesso nelle persone più insospettabili, là dove non ti aspetteresti mai. E a volte, lo so benissimo, può sfociare in tragedia.
Si riferisce a qualcosa in particolare?
Certo. Penso alla mia amica Marie Trintignant. Uccisa dal compagno: una rockstar di sinistra… chi l’avrebbe mai detto? E invece è successo. E lui adesso, dopo quattro anni, è tornato libero. Uno scandalo. Ha fracassato la testa a una donna, non ha incendiato una macchina in una banlieu.
Il suo nuovo film sul movimento di liberazione delle donne arriva a 8 anni distanza dalla rivoluzione dei Garofani raccontata in Capitani d’aprile. Perché ha aspettato tanto prima di tornare alla regia?
Per i miei impegni di attrice, e per un difetto di carattere che mi porta a lasciare per ultimi i progetti cui tengo di più. Ma ora sto scrivendo due film: quello sulle donne e un altro sul Brasile, un paese che amo moltissimo. È forte, emergente, creativo. Basta una settimana là per rendersi conto di quanto l’Europa sia completamente inerte.
In Italia era alla scorsa Mostra di Venezia con Il compleanno di Marco Filiberti: come attrice è coinvolta in altri progetti?
Ho in uscita un film in Brasile, Il cantastorie, e sto finendo di girare il belga Hitler a Hollywood, un progetto di thriller storico vicino al documentario.
Suo padre è il famoso cantante António Vitorino de Almeida: quanto le ha trasmesso del suo amore per la musica?
Moltissimo. La musica è l’unico progetto che non riesco a rimandare. Ho inciso un album che uscirà fra poco, Penisole e continenti, che traccia un ponte immaginario tra musicalità italiane, iberiche, africane e americane. E spero di tornare in concerto in Italia, magari per l’inizio delle riprese del nuovo film di Marco Garofalo Che serà, in cui dovrei avere una piccola parte.