Dopo aver esplorato l’adolescenza in
Come te nessuno mai.
Dopo aver scandagliato le crisi e i dilemmi esistenziali dei trentenni ne
L’ultimo bacio.
Dopo aver indagato le nevrosi, le menzogne e le frustrazioni dell’istituzione familiare in
Ricordati di me.
Torna in Italia
Gabriele Muccino.
Conclusasi (per il momento: già si parla di un film di fantascienza con Keanu Reeves protagonista ad attenderlo…) la parentesi americana (La ricerca della felicità e Sette anime, entrambi col suo amico Will Smith), il regista romano torna in Italia con Baciami ancora, sequel della pellicola che lo consacrò come uno dei registi di maggior successo ai botteghini italiani nel 2001.
I trentenni di allora (Stefano Accorsi, Pierfrancesco Favino, Giorgio Pasotti, Claudio Santamaria, tra gli altri) hanno ormai raggiunto la soglia dei quarant’anni. Dieci anni trascorsi, ancora, alla ricerca di un equilibrio tra le proprie aspirazioni e le proprie responsabilità, soprattutto nei confronti di un universo femminile che, ai loro occhi ancora un po’ infantili, appare esigente, impietoso e terribilmente misterioso.
È grazie a L’ultimo bacio che Gabriele Muccino ha fatto conoscere al grande pubblico il suo stile e il suo sguardo sul mondo.
Uno sguardo per alcuni superficiale, incapace di andare oltre la realtà alto-borghese cui il regista stesso appartiene; per altri, invece, tale sguardo offrirebbe una riflessione rivelatrice sulla società italiana e sui suoi aspetti, positivi e negativi, più intimi e, dunque, più nascosti e taciuti (con commenti analoghi si cerca di giustificare i cinepanettoni così come i prodotti di Moccia e Veronesi: strano vero?).
Ecco cosa ha dichiarato il regista nel corso della conferenza stampa di Baciami ancora tenutasi a Roma: le sue parole potrebbero incuriosire il lettore circa questo atteso sequel oppure potrebbero stimolarlo a comprendere la natura, tra le due concezioni dominanti cui si accennava prima, di chi le ha pronunciate.
Baciami ancora racconta di alcuni quarantenni particolarmente scombinati e incasinati: si tratta di un gruppo semplicemente molto sfortunato o intendeva fornire uno spaccato di quella generazione?
Non sono così intelligente e no mi reputo, quindi, capace di salire in cattedra e parlare d’intere generazioni. Non l’ho mai fatto, neanche quando realizzai L’ultimo bacio. Non voglio assolutamente che si pensi che questo sia un film «sui quarantenni», esattamente come, nel 2001, non volevo che il primo capitolo fosse considerato un film «sui trentenni». Soprattutto perché, essendo io il narratore di queste storie, non potevo allora, e non posso adesso, guardare dall’alto queste realtà. Io stesso appartengo a queste generazioni, «navigo» all’interno di esse e, di conseguenza, il mio orizzonte in merito è anche piuttosto limitato.
Tra le cose che vedo della mia generazione c’è anche quello che ho messo nel film: uomini disorientati da rapporti, spesso di coppia, davvero complessi nei quali si chiede molto alle donne e si sottrae tempo alla famiglia.
La società circostante che ruolo gioca in merito a queste difficoltà?
Tutti noi proviamo una tensione fortissima, dovuta alle aspettative che la società ha nei nostri confronti. Queste ultime, in qualche modo, contribuiscono a nevrotizzare il rapporto di coppia e a renderlo complesso. Forse più complesso di quanto non fosse quarant’anni fa, per i nostri genitori, ma questo io non lo so. Io vivo in questo periodo storico e posso dire che tale disorientamento da parte di noi uomini esiste. Io stesso faccio fatica a comprendere quell’affascinante e misterioso universo femminile e, come me, molti altri uomini che, infatti, a volte devono riunirsi proprio per parlare delle donne e suggerirsi tra loro un «codice di accesso» che li aiuti a spiegarsi quella realtà.
I bambini, invece, sono presentati come testimoni muti e vittime innocenti di questi adulti incasinati: era sua intenzione gettare il suo sguardo su questo specifico aspetto?
Indubbiamente, la responsabilità di chi siamo e di come tramandiamo il nostro essere ai nostri figli è enorme. In molti casi però, con i collassi familiari, con le reciproche mancanze di rispetto interne alla coppia, la trasgrediamo. La conseguenza di ciò è che questi bambini saranno degli adulti con dei problemi, ereditati proprio da contesti familiari che non sono stati in grado di tutelarli. È un problema molto ampio e, soprattutto, nuovo: non ci sono mai state tante famiglie separate come in questo periodo storico. Quando ero bambino io, si trattava di un fenomeno più raro; quando mio padre era bambino, il fenomeno era quasi inesistente. I risultati di questi collassi familiari, dunque, li scopriremo soltanto quando questi bambini saranno diventati adulti: si apriranno nuovi scenari sociali, che ovviamente io non posso prevedere, ma dei quali sento la responsabilità. Come padre ma anche come cineasta, dal momento che il mio film parla proprio di tale nucleo primordiale, la famiglia, dal quale siamo partiti e con il quale tutti dobbiamo tornare a far riferimento, oltre che i conti…
Crede che i problemi di queste persone, di queste coppie e, quindi, dei suoi personaggi, possano trovare soluzione solamente rifugiandosi nel modello familiare?
In realtà il modello familiare offre parecchie possibilità, anche molto diverse, come si vede in Baciami ancora. La famiglia non è assolutamente convenzionale, in questo film. Ogni nucleo familiare che in esso si compone o si ricompone è un’avventura nuova, lontana dalla concezione dominante di famiglia.
Abbiamo parlato degli uomini, ma le donne? Come affrontano questa situazione?
I personaggi femminili di questo film, se guardo al mio modo di raccontare, sono nuovi. Per molti motivi sono più sagge e più riflessive delle loro controparti maschili e, in qualche modo, hanno anche più facilmente accesso al senso della vita. Ognuna, ovviamente, con le proprie modalità e caratteristiche.
Una delle coppie di Baciami ancora (quella composta da Pierfrancesco Favino/Marco e Daniela Piazza/Veronica, si trova a fare i conti con un argomento molto complesso come la sterilità. In che modo ha affrontato un tema eticamente così sensibile?
In realtà, non credo di essermi voluto investire di tanta responsabilità. Più semplicemente, ho voluto raccontare una situazione che è molto diffusa. Io stesso credo di aver quattro, forse cinque amiche che vivono questo problema (problema che, magari, poi si scopre essere riconducibile non a loro ma ai loro compagni) e la storia raccontata nel film è proprio rubata da una vicenda realmente accaduta e della quale avevo sentito parlare. Trovo davvero che sia molto importante parlarne in un film perché non c’è nulla di più terribile e paradossale del cercare in tutti i modi di non avere figli fino ai 35 anni e poi fare di tutto per averne dai 35 in poi, frustrandosi, deprimendosi e odiandosi tra coniugi che non ce la fanno.
Era un tema molto interessante da raccontare, includendo le molte possibilità, comprese quelle apparentemente impercorribili, che la vita, e la scienza in questo caso specifico, ha da offrire.
Per quanto riguarda un aspetto più tecnico come il lavoro con gli attori: il cosiddetto «metodo Muccino», cioè far urlare le battute prima delle riprese, è ancora valido?
Un po’ meno, in verità. Dipende dall’attore: a volte devi urlare, altre volte li devi picchiare perché alcuni si sciolgono se li prendi a schiaffi. Lo sa bene Claudio [Dice, rivolgendosi a Santamaria]. Altre volte ancora, invece, è necessario parlare molto piano a certi attori, sussurrare quasi, per farli concentrare e lasciarsi andare. Molto spesso è l’istinto a guidarmi in questo senso.