L’abbiamo visto Sorcio tossicomane in Romanzo Criminale, aspirante killer in Io e Napoleone, sfrenato Baldini in Il mattino ha l’oro in bocca, schizzato stupratore in Come Dio comanda, sosia emulatore in Il passato è una terra straniera. E ora Elio Germano, dopo anni di gavetta e carriera (il confine per chi è così giovane, e spesso talentuoso, si perde), vive quello che definisce “un momento di stanca cinematografica”, ma non si lascia abbattere: “Sono stato molto fortunato finora, sono uno che non sta fermo comunque, diciamo che mi agito”.
Ti agiti così tanto che sei finito sul set americano di Nine…
Sì, un ruolo decisamente ridotto in questo musical d’ impianto spettacolare, faccio parte di una troupe cinematografica che gira - è un omaggio a Fellini, ovviamente - e assistente alla regia Daniel Day Lewis.
Avevi già avuto esperienza di set americano con Abel Ferrara...
Quella fu una piccola cosa, stavolta è stata un’esperienza. Gli americani nel lavoro fanno un po’ paura, il cinema stesso è nettamente diverso: c’è un elenco troupe 15 volte più grande del nostro, si lavora 12 ore e noi 10, e poi c’è una serietà da macchina industriale, un’abnegazione totale al lavoro che mi ha colpito. Noi, invece, siamo abituati ad un clima più umano, dove ci si scambia battute fra colleghi. E invece devo dire che non ho parlato granché col regista, ha ottomila assistenti, senti la sua voce dalle casse, insomma un rapporto assolutamente diverso. E poi, diciamolo, i nostri camper al confronto sembrano dei campi rom!
Interessato alla regia?
No, ne feci una a teatro con amici, nel 2000, m’è bastata come esperienza, amo il mio mestiere e l’unica cosa che potrei fare da regista è lavorare bene con gli attori, perché sono un attore anche io. Ma non basterebbe e poi… io preferisco vivere!
Ma vivere di cinema in questo paese si può?
In Italia viviamo un momento triste, le responsabilità vanno individuate non solo in chi ci governa o produce film, ma con il popolo che abbassa la testa e fa poco per cambiare le cose, una malattia che riguarda tutti noi, nessuno pensa all’utilità sociale. I produttori non hanno il coraggio di produrre sceneggiature come Il portaborse o Il muro di gomma, 10 anni fa c’era più coraggio. Ora ne abbiamo riscoperto un po’ giusto con Gomorra e Il divo, ma ancora non si è squarciato il velo dell’omertà: aspetto un film su Genova e film un po’ più fastidiosi. D’altronde se è premiata la qualità e non l’incasso del film, si gioca sul rischio e non sulla sicurezza. Ma se quest’atteggiamento manca, serve la certezza di poter lavorare, invece qui fra tagli e quant’altro non si inventa niente di nuovo, si rincorrono piatte sicurezze commerciali!
Ecco, un commento sui tagli al Fus?
Se mancano i finanziamenti pubblici, chi investe dei soldi sceglie una sicurezza, ovvero ieri film generazionali, filone che ha aperto un film come Che ne sarà di noi, oggi forse film di camorra. E questo crea una stasi paludosa e malarica.
Il personaggio che hai amato di più e quello che vorresti interpretare.
Amati tutti, sono personaggi complessi e io la complessità la vedo sempre come piacevole e positiva, mi sembrano più interessanti, ti fanno mettere più in discussione. Sono affascinato da tutti i personaggi storici del mondo, mi piacerebbe passare dalla fase di dover fare qualcosa per lavoro a poter fare qualcosa che mi piace. Avere la possibilità di scegliere è un privilegio. Sono un grande fan del cinema italiano, l’importante è emozionarsi e, prima ancora, lavorare.
Come attore segui un metodo in particolare?
Non credo nei metodi e nelle scuole, mi sono preparato in una scuola di teatro, ma la scommessa che faccio è usare ogni volta un metodo diverso. Il sogno è azzerare qualsiasi metodi per arrivare vergini di fronte a una nuova esperienza. Ridicolo voler schematizzare un mestiere complesso che non ha altro strumento che il tuo corpo e la tua interiorità.
Il tuo modello di riferimento di sempre?
Dietro ogni persona nel momento in cui si lascia andare a un’emozione o racconta qualcosa c’è un attore straordinario da cui non riesci a staccare gli occhi di dosso. Se devo dirne uno, Totò.
Sei stato ospite del Giffoni film festival, il tema di quest’anno erano i tabù: cosa ne pensi?
Non credo facciano bene, non credo di averne, mi fa piacere affacciarmi nelle cose difficili e scabrose, anzi penso che nel cinema serva raccontare l’irraccontabile e mostrare l’indicibile.
Sul prossimo film, dove sei diretto da Lucchetti, cosa puoi dirci?
Abbiamo finito di girarlo due settimane fa, non so cosa diventerà, io sono un operaio edile, film ambientato nella periferia romana, in quartieri abbandonati ma con tanta vitalità, dove ci sono contrasti fra assenza di servizi e vitalità di chi ci vive. Io sono sposato con Isabella Ragonese, nel cast ci sono anche Raoul Bova e Luca Zingaretti.
Progetti per la tv in vista?
No.
Un’ultima curiosità: ci parli della tua passione per il fumetto?
Anni fa volevo occuparmi di qualcosa, mi era sempre piaciuto disegnare, ma forse non ero all’altezza della scuola del fumetto, tant’è che non mi presero. Mi è sempre piaciuto disegnare, è un mio passatempo, un anti-stress, uno sfogo. Il mio non è un talento, ma solo una mania, ne ho tante altre, come tutti.