Interviste

Ari Folman

Ari Folman e il suo valzer per non dimenticare

[del 08/01/2009] [di Diego Scerrati]

Il regista israeliano Ari Folman presenta a Roma il film d’animazione Valzer con Bashir, pellicola attraverso la quale l’autore ripercorre in chiave onirica e visionaria la propria storia legata alla guerra in Libano del 1982 e ai massacri di Sabra e Shatila. L’opera, in corsa per l’Oscar come Miglior Film Straniero, si avvale di un’estetica elegante e raffinata, cui contribuisce indubbiamente l’uso malinconico della musica classica. Allo stesso tempo però è un film duro e potente, un forte atto di denuncia contro quello che si è consumato e che continua a consumarsi (in questi giorni più atrocemente che mai) nelle zone del Medio Oriente.

L'uscita di Valzer con Bashir coincide con il terribile momento che sta attraversando il Medio Oriente. Cosa ne pensa a riguardo?

Quando è scoppiata la seconda guerra del Libano nel 2006 io stavo ancora lavorando al film. Mi chiesero se fossi dispiaciuto per non averlo ancora ultimato, visto che si sarebbe rivelato particolarmente attuale con l'avvento di quel nuovo conflitto. Io risposi che con i governanti che abbiamo sarebbe stato sempre attuale e purtroppo i fatti di questio giorni mi hanno dato ragione. Secondo me il mondo si divide in due parti, quelli che sono a favore della violenza e quelli che sono a favore della non violenza. Nel mio paese quelli che sono a favore della violenza sono la maggioranza e sempre troveranno una giustificazione per usarla allo scopo di ottenere quello che vogliono. La verità è che non è stato fatto niente, assolutamente niente, da nessuna delle parti, per evitare questo conflitto. Si sono limitati a scegliere il mezzo più semplice, il bombardamento. Il fatto terribile è che nei governanti c’è una totale mancanza di rispetto per la sofferenza e la morte delle persone. Giocano la guerra come giocano una partita a scacchi ed è questa l'unica, vera e atroce follia.

Ritiene che la presidenza di Obama possa portare qualche cambiamento positivo in merito?

Tutto ciò che riguarda la storia di Obama ha qualcosa di incredibile. Venti anni fa nessuno avrebbe creduto possibile la sua elezione. In realtà è comunque tutta la sua vita ad essere eccezionale perché va aldilà anche della questione delle razze... e poi certo è sicuramente più interessante di quella del suo predecessore. Trovo che Obama sia una persona estremamente intelligente e tutti abbiamo grandi speranze nei suoi confronti. Sappiamo che è un essere umano e che quindi ha dei difetti anche lui, ma è lui la nostra prossima grande speranza.

Il suo film esce nelle sale praticamente insieme ad un'altra meritevole opera israeliana, Il giardino dei limoni, che però in patria non è stata accolta molto bene come nel resto del mondo. Al suo film come hanno reagito?

Il film è stato accolto molto bene. In pratica sono passato dall’essere un ribelle all’essere la star più amata dall’establishment. Comunque in generale Israele è un paese molto tollerante e ha sempre sostenuto i suoi artisti. Credo che però alla base del mio apprezzamento ci sia sicuramente il fatto che il film mostra che non furono gli israeliani a tirare il grilletto nei massacri di Sabra e Shatila. Molti infatti mi hanno criticato per il fatto di essermi occupato solo di uno schieramento e di non aver mostrato l’altra faccia di quella guerra, ma sarebbe stato presuntuoso e ipocrita da parte mia varcare il confine e raccontare "l’altra parte". La situazione a quell’epoca era così delicata che non potevo fare altro che dare la mia testimonianza personale, raccontare solo la mia singola esperienza.

E da dove le è venuta l’ispirazione per il film?

In Israele siamo riservisti fino a 50 anni e in qualsiasi momento possiamo essere chiamati alle armi. Per almeno due settimane l'anno bisogna prestare servizio e io lì facevo sempre cose così stupide, come scrivere storielle su come comportarsi in un'esplosione nucleare e cose di questo tipo. Non ne potevo più e volevo andarmene a 40 anni. Per il congedo ho dovuto fare una serie di visite con uno psicoterapeuta e lì mi sono accorto che non solo era la prima volta che parlavo dei fatti del 1982, ma che avevo tantissimi buchi nei ricordi di quell'esperienza. Da lì è nata l'idea di farne un film, anche perché lo trovai molto più efficace e terapeutico di tutte quelle sedute. Almeno facendo un film viaggi, intervisti, ricordi, cancelli, riscrivi. È tutto molto più dinamico come procedimento. Secondo me ogni film serve a chiudere il cerchio di un determinato capitolo della propria personale storia. Se cinque anni fa mi avessero mostrato una foto di me a diciannove anni non mi sarei riconosciuto, tanta era la rabbia per quello che ero. Oggi che ho concluso questa sorta di viaggio personale mi sento molto più in pace con me stesso.

La musica nel suo film è molto importante, soprattutto per il contrasto che crea con le immagini delle guerra, penso per esempio a Bach. Da cosa derivano le scelte musicali del film?

Mentre scrivevo la sceneggiatura ascoltavo questo compositore inglese, Max Richter, il quale possiede uno stile molto malinconico che riesce ad ottenere combinando elementi classici con la musica elettronica. Così alla fine mi sono convinto che poteva andare benissimo per il film e l’ho chiamato. La musica è stata la prima cosa ad essere pronta, anche perché volevo che i disegnatori la ascoltassero in modo che fosse loro d’aiuto per creare il mood del film. Per quanto riguarda la decisione di usare Bach, è dovuta al fatto che nei suoi confronti ho sviluppato una vera e propria ossessione. In famiglia non si ascoltava, si preferivano altri compositori come Chopin o Liszt, perché mia madre diceva che Bach era troppo tecnico. Una volta cresciuto ho cominciato ad ascoltarlo, sviluppando questa sorta di ossessione che ti viene quando finalmente puoi fare qualcosa che prima non ti era permesso. La musica è un elemento essenziale nel film e crea un contrappunto con le immagini di guerra, soprattutto grazie alle contaminazioni elettroniche nei brani di Schubert e Liszt.

E i ringraziamenti nei titoli di coda a Bob Dylan a cosa sono dovuti?

Avrei voluto finire la storia con una sua canzone, Masters of War, perché secondo me è un testo che racchiude tutto il senso del mio film. Alla fine però ho pensato che fosse eccessivo e allora ho voluto semplicemente ringraziare nei titoli di coda Bob Dylan per la sua grande musica.

Perché sul finale ha deciso di abbandonare l'animazione a favore della realtà?

È stata una decisione artistica che avevo preso fin dall’inizio, da quando avevo deciso di realizzare un film di questo genere. Volevo che la gente, una volta uscita dalla sala, non pensasse solo al film, al tipo di animazione, ai colori, alla musica. Quei 15 secondi finali contestualizzano il film, ti dicono che sebbene tu abbia vissuto un'esperienza cinematografica quello che hai visto è successo davvero, esiste, ed è questo che è bene che la gente sappia. Se anche solo due persone al mondo saranno spinte da questo film a documentarsi e ad interessarsi alla vicenda, avrò raggiunto il mio obiettivo.
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