Con Motel Woodstock Ang Lee ci fa assaporare le sensazioni di quei tre giorni di "pace, amore e musica" che fecero la storia. Il film originale, a cui questo di Ang Lee fa un po' il verso, Woodstock - Tre giorni di pace, amore e musica datato 1969, prese l’Oscar l’anno successivo come miglior documentario firmato dal regista esordiente Michael Wadleigh. Ebbe anche due riedizioni, la prima delle quali venne presentata alla mostra del cinema di Venezia nel 1994, della durata complessiva di 206 minuti con il suono ripulito in digitale e vario materiale aggiuntivo.
A Woodstock, mezzo milione di persone si riunirono il 21 agosto 1969 intorno alla fattoria di Max Yosgur, a Bethel (New York), per un lunghissimo concerto rock. Come è noto, suonarono alcune delle leggende di sempre: Janis Joplin, Santana, i Who, Joe Cocker, Jimi Hendrix e molti altri. Il montaggio del film (che secondo la leggenda Wadleigh girò quasi per caso trovandosi lì…) fu ad opera dell’allora giovanissimo Martin Scorsese, e forse anche il suo apporto contribuì a renderlo uno dei documenti, ancora oggi, tra i più coinvolgenti.
Alla fine degli anni Sessanta si assistette a un rinnovamento culturale, anche nel cinema. Le contestazioni studentesche e un interesse generale alle politiche giovanili facevano emergere in America film come Il laureato (1967), o come Fragole e sangue (Premio della giuria al 23° Festival del cinema di Cannes). Proprio in quest’ultimo il regista Stuart Hagman narrava le vicende di un giovane scettico che si trovava a seguire le lotte studentesche della Columbia University. Il registro del film spaziava molto: dalla commedia al dramma, dalla denuncia sociale al musical. Ma indubbiamente la scena finale della carica della polizia contro gli studenti in protesta è ancora oggi visivamente molto forte. Forse anche cavalcando il successo ottenuto da film come questo o come Easy Rider (1969 con Denis Hopper e Henry Fonda), le case di produzione come la MGM si convinsero quindi a finanziare film che riflettessero echi alla cultura “hippie”.
È di Robert Altman Anche gli uccelli uccidono in cui viene raccontata la storia di un ragazzo che vive nascosto in un auditorium cercando di creare una macchina in grado di farlo volare, ma verrà scoperto dalla polizia. Nel 1971, poi, è di nuovo il regista Michael Wadleigh a riprendere in mano il tema nel film Jackie: la ragazza del Greenwich Village con Jacqueline Bisset, in cui una giovane studentessa dell’Est Village newyorchese di buona famiglia, a seguito di una relazione con un uomo più grande, finisce per diventare tossicodipendente.
L’approccio da film documentario; l’assenza di aspirazioni artistiche e “d’autore”; l’uso frequente di movimenti circolari della telecamera e dello zoom; e l’audace colonna sonora (spesso più psichedelica che rock), sono solo alcune delle caratteristiche peculiari di questo tipo di cinema “di contestazione” che, dalla fine degli anni Sessanta e per la prima metà degli anni Settanta, si è diffuso nel cinema d’America e d’oltreoceano.
Come il complesso Alice’s Restaurant (il titolo si ispira a una canzone di Arlo Guthrie) per la regia di Arthur Penn. Qui, invece, un ragazzo scapestrato si iscrive a un college, ma viene cacciato per i suoi atteggiamenti trasgressivi. Finisce per aiutare una coppia di amici che gestiscono un ristorante per finanziare una comunità hippie. Alternando melodramma a commedia, il film dissacra il concetto stesso di sogno americano.
Ma la tematica della contestazione giovanile, della pace universale e delle droghe, è presente anche in film europei recenti e non. Come nel patinato The Dreamers di Bernardo Bertolucci, o nell’epocale La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana. E come non citare Michelangelo Antonioni che firmò Zabriskie Point (1970) la cui trama prendeva il via proprio da una contestazione studentesca in cui sia uno studente che un poliziotto perdevano la vita. Oltre ad essere il secondo film di Antonioni privo di attori italiani (dopo Blow-Up), Zabriskie Point si ricorda anche per l’eccellente colonna sonora ad opera dei Pink Floyd.
Anche in Francia abbiamo vari esempi tra cui il recente Les amants réguliers di Philippe Garrel del 2005, regista indipendente che firma la storia di un gruppo di giovani studenti che si abbandonano ai fumi dell’oppio dopo aver assistito ai moti di maggio del 1969.
Insomma, un genere quello del cosiddetto “cinema di contestazione” che ha trovato modo di essere ricordato in modo piuttosto ricorrente. Mancano da menzionare in questa veloce carrellata forse due film. Il primo è My Generation (il titolo trae spunto da un album degli Who) della regista Barbara Kopple che, col pretesto di mettere a confronto le tre edizioni (1969, 1994, 1999) del documentario premio Oscar di Michael Wadleigh, riesce a parlare di una vera e propria mutazione culturale in trent’anni di storia americana. E l’ultimo è il musical Hair (1979) di Miloš Forman, vera e propria epopea in musica in cui un giovane che deve partire per il Vietnam si innamora della figlia di una coppia di hippie. Capolavoro, e forse il miglior esempio del genere, tratto dall’omonimo musical di Broadway.