Piccolo grande schermo. Oggi lo possiamo davvero chiamare così. Quella televisione che è sempre stata considerata la parente povera del cinema ora, in molti casi, può sedere a pieno diritto al tavolo dei grandi. Quante volte, guardando un thriller al cinema, abbiamo sentito esclamare “c’è più suspence in una puntata di
24 o
Lost che in questo film”? La tv oggi sta al passo con il cinema, e in alcuni casi lo precede. Un tempo il collegamento era piuttosto casuale: serie tv famose, come
Star Trek, diventavano dei lungometraggi per sfruttare il successo su grande schermo. Poi è arrivato
David Lynch. Era il 1990, e il suo
Twin Peaks portava in tv linguaggi e forze espressive/visive inedite sul piccolo schermo, che fino a quel momento erano appannaggio del cinema.
L’esperimento di Lynch restò un po’ isolato. Il suo
Mulholland Drive doveva essere una serie tv ma il progetto non andò in porto (poco male, il suo episodio pilota diventò un capolavoro del cinema). Lynch ha però il pregio di avere aperto una strada. Piano piano negli anni la tv è diventata sempre più di qualità. E arriviamo ai giorni nostri.
J.J. Abrams grazie ai suoi lavori in tv è diventato un regista cinematografico tra i più richiesti. La parentela tra la sua serie di culto,
Lost, e i suoi progetti cinematografici è diventata evidente proprio con l’ultima serie, appena apparsa in tv. I viaggi nel tempo che hanno caratterizzato questa quinta stagione ci permettono di inserire ancora meglio
Lost nella poetica di Abrams, che su un paradosso temporale ha costruito anche il suo ultimo, riuscitissimo
Star Trek. E che sul flashback, marchio di fabbrica di
Lost, aveva costruito i suoi
Mission: Impossible III e
Cloverfield. Ma il viaggio a ritroso nei Seventies permette anche ad Abrams e ai suoi sceneggiatori di cimentarsi con la loro passione cinefila e pop. Tra i momenti più divertenti della stagione infatti c’è Hurley che controlla se la sua mano sta per scomparire lentamente, come accadeva a
Michael J. Fox in
Ritorno al futuro. Lo stesso Hurley, visto che si trova nel ’77 ed è appena uscito
Guerre stellari, prova a scrivere la sceneggiatura de
L’impero colpisce ancora, apportando alcune modifiche al copione.
L’impero colpisce ancora – come ci raccontava Abrams a Roma qualche mese fa – è uno dei film preferiti dal creatore di
Lost. Nel cui universo tutto torna. Ma le parentele tra
Lost e il grande cinema non finiscono certo qui. Nella puntata che chiude la quinta stagione la suspence è spinta al massimo, intorno a quella che
Hitchcock definiva la più classica delle deadline: lo scoppio di una bomba.
E c’è un’esplosione, anzi, decine di esplosioni, alla base dell’intreccio di un’altra serie cult della tv,
Jericho, la cui seconda stagione è appena uscita in dvd. Il creatore della serie è
John Turteltaub, regista dei due scanzonati
National Treasure (da noi
Il mistero dei Templari e
Il mistero delle pagine perdute). Jericho era una pacifica cittadina che, in seguito a un’esplosione nucleare, si trova isolata dal resto dell’America e del mondo. Come se non bastasse, inizia una battaglia con la vicina New Bearn. Nella seconda serie Jericho inizia una difficile ricostruzione e cerca di comunicare con il mondo esterno. Nel frattempo si instaura un nuovo governo. Ma i cittadini di Jericho nutrono molti sospetti verso questi nuovi leader e sulle loro reali intenzioni. I motivi del successo di questa serie sono gli stessi di
Lost: anche qui c’è una comunità isolata – o quasi – dal resto del mondo, all’oscuro di quello che sta succedendo. E la storia è orchestrata in modo che anche noi siamo in mezzo a quella gente, all’oscuro di tutto: lo svelamento avviene poco a poco, con gli indizi che scoprono i personaggi. Questa curiosità diventa la molla che ci fa seguire la vicenda. E poi anche in
Jericho c’è una botola, con dentro qualcosa di molto pericoloso. E anche qui ci sono gli Altri: prima una città vicina che sferra un attacco, poi le truppe di un fantomatico governo che entra in città. Ma
Jericho è parente anche del grande cinema, perché porta sul piccolo schermo un genere, quello catastrofico, tipico della Settima Arte: da
The Day After, ad
Alba Rossa, fino al recente
L’alba del giorno dopo e l’imminente
The Road, il disastro al cinema ha sempre pagato.
Jericho ha anche un altro pregio: porta in tv la scomoda attualità del terrorismo. E lo fa da un punto di vista “periferico”, quello di una piccola cittadina isolata, dopo che la tv ci ha mostrato l’attentato per eccellenza della nostra epoca, quello dell’11 settembre 2001, da un punto di vista “centrale”, visto che il teatro era New York, tra le metropoli più importanti a livello globale. E l’aspetto del terrorismo avvicina Jericho a un’altra celeberrima serie televisiva, dove il disaster movie si unisce alla fantapolitica. L’arrivo del Presidente U.S.A. a Jericho, così come le ipotesi di attentati provenienti da Corea del Nord, Iran ed ex Unione Sovietica ci riportano a 24. Una serie “seminale” per come ha cambiato il linguaggio televisivo: il racconto in tempo reale (24 puntate per 24 ore nella vita di un uomo) e lo split screen che permette di seguire più azioni contemporaneamente hanno fatto storia, influenzando anche il cinema. E dal momento della comparsa del Jack Bauer di Kiefer Sutherland sul piccolo schermo, ogni film d’azione ha dovuto fare i conti con 24 e la sua gestione della suspence. Jericho e 24 sono importanti per come raccontano la realtà e le possibili derive della politica americana. Ha iniziato 24 con le prime due stagioni, in cui si profetizzava un Presidente U.S.A. di colore: David Palmer ha preceduto di parecchi anni Barack Obama. E nelle serie seguenti ha messo in evidenza tutti i nodi scoperti dell’Amministrazione Bush, dall’uso strumentale del terrorismo alle misure restrittive nei confronti degli stranieri. Ha proseguito Jericho: in una puntata vediamo un libro di storia preparato dal nuovo governo, in cui si parla dell’era del declino americano, che sarebbe iniziata dopo la Seconda Guerra Mondiale, a causa della debolezza in Vietnam e nella crisi missilistica di Cuba. Una storia riscritta che sembra anticipare un’ulteriore svolta a destra dell’ipotetico nuovo governo.
Ma c’è un’immagine, in
Jericho, che è fortemente iconica, e sfida alcune immagini forti del cinema di guerra Made In U.S.A. A Jericho le truppe issano una nuova bandiera americana: le strisce sono verticali, e le stelle sono di meno. È perché gli stati che hanno aderito alla formazione di una nuova nazione non sono ancora tutti. Dopo la bandiera che garriva al vento stentorea e orgogliosa in
Salvate il soldato Ryan, quella meno gloriosa issata per motivi mediatici di
Flags Of Our Fathers e quella issata al contrario – sinonimo di richiesta di aiuto – di
Nella valle di Elah, una bandiera americana ridotta/mutilata ci dice ancora che nella grande nazione c’è qualcosa che non va. C’è del marcio in America.