How to lose friends and alienate people. Il titolo originale del film di Robert Weide (e del libro autobiografico di Toby Young) rende perfettamente l’idea della tragicomica epopea nel mondo modaiolo che un giornalista britannico vive e racconta sulla propria pelle, sorta di Diavolo veste Prada in versione naif e maschile.
I titoli italiani, ovviamente, hanno come sempre edulcorato spirito e significato: la pellicola è diventata Star system- Se non ci sei non esisti, il tomo (ed. Piemme, correte a comprarlo, è una bibbia per outsider) ne ha uno migliore, ma comunque non abbastanza efficace, Un alieno a Vanity Fair. Grazie alla faccia rubizza e buffa di Simon Pegg (con un po’ d’impegno ve lo ricorderete in Hot Fuzz, con entusiasmo nel geniale L’alba dei morti dementi), attore di razza, piombiamo nella Hollywood che conta, nell’America di nani e ballerine, in una vertiginosa e fantozziana scalata al successo di un gretto britannico nel finto raffinato star system.
Film curioso quello del regista e sodale di Larry David (l’anima cattiva e scorretta di Seinfeld), che si lascia andare a dozzinali mezzucci comici e romantici per catturare lo spettatore, e che però, con imprevedibile acume, sa colpirti con dialoghi, battute, momenti di grande impatto. Si ride parecchio e con facilità nell’ennesima commedia sul cinema e sul suo backstage fatto di fashion e corruzione (soprattutto morale), ma c’è un gustoso disincanto e una totale assenza di moralismo, persino il rigore etico e deontologico di Young, qui ribattezzato Sidney, risulta grottesco. Nel raccontare questo circo Barnum, c’è una grande capacità d’autoironia: dall’adorabile cammeo di Thandie Newton, alla geniale foto in cui Morgan Freeman e Clint Eastwood prendano a calci e strozzano il giornalista, alla presenza fugace di Kate Winslet, Daniel Craig e Sharon Stone (ma giocate a riconoscere più divi possibili, ce ne sono molti), c’è una consapevolezza profonda di questi animali da fiera, acrobati sul filo sottilissimo del successo.
Il film, ovviamente, smorza l’astio di Young (che davvero ha lavorato, da “emigrante”, a Vanity Fair per due anni, scoprendo che l’antica e perfida Albione è ben più anticonformista degli Stati Uniti delle libertà e delle opportunità), ci offre sketch esilaranti, una curiosa unione tra cinema e realtà nel personaggio di una Megan Fox da mozzare il fiato- era sconosciuta quando fu scelta per fare la star in ascesa di quest’opera, nel frattempo lo è diventata davvero- una storia d’amore con Kirsten Dunst, magnificamente normale, un Jeff Bridges con capelli lunghi e bianchi che fa il boss imborghesito di Sharps, la rivista trendy per cui lavora Young. Non aspettatevi un capolavoro, ma un filmetto godibile e irriverente il giusto. Che ci regala anche tante citazioni, in testa quella sfacciata e inevitabile de La dolce vita (si balla due volte sulle note di Nino Rota, Megan Fox compie una variazione sul tema della Ekberg nella Fontana di Trevi dentro la piscina di un attico, e il suo vestito non lo dimenticheremo molto presto).
Star System, se non ci sei, non (r)esisti.
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Meglio una stalla sotto le stelle o una stellina in costante ricerca di uno stallone?”
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