Fa un po’ impressione vedere Harrison Ford scolpito da rughe impietose (e probabilmente evidenziate dal trucco, oltre che dall’età) dopo averlo visto giovanile e scattante nell’ultimo Indiana Jones. Ma per questo agente dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), che a un senso del dovere unisce un imprevedibile senso dei diritti umani, ci voleva un viso dolente e una recitazione sofferta. Da grande animale da cinema, quindi, si è fatto “maltrattare” per diventare il centro di un film corale in cui sette storie si intrecciano in nome di un unico grande sogno: quello americano, la naturalizzazione, la mitica green card.
E se non c’è il matrimonio per convenienza (ricordate il film con Gerard Depardieu e Andie McDowell?) né la lotteria pubblicizzata su tanti siti internet, ci sono però tutti gli altri espedienti per ottenere (o eludere) lo status di cittadino acquisito a stelle e strisce. I “meriti artistici”, sotterfugio sfruttato da uno squallido burocrate (Ray Liotta, mai così bolso e sfatto, in caduta libera) per avere due mesi di sesso con la bella attrice australiana che vuole diventare la nuova Kidman, o almeno Naomi Watts (Alice Eve, brava oltre che bellissima).
I meriti religiosi di un ebreo ateo che tenta di imparare inni da sinagoga per motivare la sua permanenza in America. Quelli finanziari e politici di una famiglia iraniana, emancipata solo nel conto in banca e nel guardaroba, tra avvocati e imprenditori che diventano primitivi e fondamentalisti con una sorella che ha il solo torto di essere troppo libera e sexy (Melody Khazae). I coreani integrati che trovano nel figlio adolescente e ribelle, così come nella criminalità in gang, un ostacolo al loro desiderio di entrare dentro la grande famiglia a stelle e strisce. Una bimba nigeriana che trova in Ashley Judd, avvocato dal cuore d’oro (personaggio chiaramente di fantasia, come l’agente ICE politicamente corretto), il passaporto per una vita migliore.
Ma c’è anche chi, clandestino, vive l’espulsione (non servono necessariamente Gheddafi e il PDL per essere antidemocratici e complici di un genocidio nascosto, si può anche essere “solo” funzionari governativi molto ottusi) per demeriti politici, come l’adolescente bengalese, Summer Bishil, ritenuta filojihadista per un tema scolastico imprudente, o per coraggio e incoscienza materna, come Alice Braga, messicana che lavora in nero.
Un Crash innestato sugli schemi di Babel, sette storie centripete che orbitano attorno all’american way of life, alla sopravvivenza ai confini (chiusi) dell’impero. Wayne Kramer non si inventa nulla, né visivamente, né narrativamente, ma fa un film onesto, cinematograficamente e intellettualmente, che ci mette di fronte al caso e alle cause della peggiore ingiustizia moderna, la nostra chiusura verso “ospiti inattesi” che reclamano solo una fetta del nostro benessere. Che noi peraltro, quasi sempre costruiamo sui loro cadaveri. Non c’è catarsi, né lieto fine: chi ce la fa, è solo più fortunato degli altri. Una bella e durissima lezione che all’ultimo Taormina Film Fest ha prima ammutolito il pubblico e poi suscitato l’applauso.
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Tra Crash e Babel, niente di nuovo. Ma parlare d’immigrazione clandestina in tempi di deportazioni di massa e di Stato, è importante e necessario
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