Potete dirlo forte: se prima i personaggi "repressi" di Ang Lee erano costretti allo scandalo nella Cina occupata dal Giappone (Lussuria) o tra gli isolati monti della provincia americana del Wyoming (I segreti di Brokeback Mountain), adesso possono finalmente uscire allo scoperto, rivendicando la loro libertà, identità e sessualità in occasione del caotico trip psichedelico che è stato il concerto di Woodstock. Sarà per questa liberatoria atmosfera che il regista di Taiwan trapiantato a Hollywood abbandona i toni del dramma e si "colora" (è proprio il caso di dirlo) di quelli della commedia?
Non pensate ad una semplice opera celebrativa dell'evento che proprio quest'anno festeggia i suoi 40 anni, perché al centro di Motel Woodstock c'è più che altro la sciagurata famiglia che ha avuto la sciagurata idea di offrire il proprio sciagurato motel (stracolmo di debiti) agli organizzatori di un evento musicale in cerca di un posto dove celebrare "tre giorni di pace, amore e musica". Si ritroveranno alle prese con una progressiva e lenta alluvione umana che arricchirà le loro casse, ma sconvolgerà le loro vite.
Di nuovo Ang Lee ci immerge dunque nella silenziosa provincia americana, quella più chiusa, bigotta, estranea quasi agli sconvolgimenti del mondo, statica e immobile nel suo fiero conservatorismo. È questo il punto di vista che decide di adottare il regista e non quello (molto meno interessante) degli adepti woodstockiani, che hanno solo i tratti di un enorme flusso in perenne movimento che come una tempesta passa e travolge per non far poi più ritorno. Gli stessi volti celebri che contornano il film, da Emile Hirsch a Liev Schreiber, fino Paul Dano, rappresentano solo delle voci che quasi casualmente sembrano uscire e rientrare da questa marea.
Ang Lee conferma dunque qui le sue abilità di narratore, raccontando di nuovo una storia di trasformazione e liberazione sessuale e identitaria in maniera mai banale, forte proprio di un punto di vista estraneo e tutto fuorché ammiccante all'animo dei sensattottini incalliti. Infatti, sarà solo a partire dall'iniziazione ultima del protagonista (il bravissimo esordiente Demetri Martin), restituito al mondo come uomo nuovo dopo l'esperienza allucinogena all'interno di un furgoncino, che il film perderà un po' quel modo distaccato e riuscito di osservare l'evento, caricandosi di una morale retorica che fa scivolare anche alcuni caratteristi nella macchietta (vedi la trans Vilma magistralmente impersonata da Liev Schreiber) e fa rimpiangere la più asciutta e concreta parte iniziale.
Fino a quel momento, Ang Lee era infatti riuscito con la sua solita attenzione maniacale per il dettaglio (guardare alcune carrellate e panoramiche sulle strade percorse dalle "anime" giunte per il concerto) a regalarci una ricostruzione scenografica pressoché perfetta, oculatamente studiata proprio per non cedere ad una facile stereotipizzazione. In ogni caso, lode e merito per aver saputo rendere questo film non un'espressione autoreferenziale per i nostalgici e i fan più accaniti del concerto, ma un manifesto universale visto con occhi comuni, senza né troppo stupore, né troppi stupefacenti.
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Racconto un po' lussurioso e brokebackmountaino del più grande vento musicale dell'Occidente.
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