Per chi ha vissuto la propria vita come voleva, l’ideale sarebbe decidere anche le modalità dell’uscita. Questo è riuscito a fare Tiziano Terzani, il noto scrittore/giornalista, nel momento in cui anche lui ha dovuto soggiacere alle crudeli leggi della sua malattia.
Dopo un’infanzia di ristrettezze, grazie alle sue indubbie qualità era divenuto reporter per testate importanti (Der Spiegel, Il Corriere della Sera, Repubblica), e aveva viaggiato molto, soprattutto in Oriente, e soggiornato a lungo in Cina, quando questa era un luogo davvero sconosciuto agli occidentali, e in seguito Giappone, Thailandia, India. Poi la scoperta della malattia e la lunga agonia che i medici definiscono con parole più illusorie. Erano seguiti tre anni di isolamento in Tibet, per capire di più della vita e accettare l’idea della morte (sublime egoismo, verrebbe da dire, questo isolarsi, ma davanti all’immanenza della propria dipartita ciascuno ha diritto, potendo, di fare ciò che meglio crede), scomparendo dal mondo per tutti, famigliari compresi. Alla fine, rientrato nella casa di famiglia in Toscana insieme alla moglie, fidata e paziente compagna di una vita, aveva chiamato a sé il figlio Folco, da anni anche lui lontano, in giro per il mondo seguendo le orme paterne, nel tentativo forse di distaccarsene. Il film di Jo Baier, con tutte le difficoltà insite in questo tipo di rappresentazione, mette sullo schermo le loro ultime conversazioni, i monologhi in cui Terzani ha raccontato a suo figlio qualcosa di più della sua vita e delle riflessioni che questa aveva suscitato in lui. Perché sapeva che il tempo a disposizione si stava accorciando e non voleva lasciare niente di non detto.
La fine è il mio inizio, tratto dall’omonimo libro edito da Longanesi, è un film indirizzato ad un pubblico che abbia famigliarità con gli interrogativi che vengono posti, con le riflessioni che vengono suggerite, un pubblico possibilmente già di lettori del Terzani scrittore. Questo perché, condensato in una durata che non poteva per esigenze di spettacolo essere maggiore, il riassunto del pensiero dello scrittore non lascia trasparire a sufficienza quella che è stata se non la sua originalità, per lo meno l’appassionante sincerità, l’onestà intellettuale, lo slancio esistenziale di un uomo che nella vita ha pragmaticamente affrontato di petto ogni situazione, forse anche egoisticamente, senza troppo curarsi delle truppe al suo fianco. Quella famiglia cioè, che immaginiamo in constante rincorsa per non perderlo di vista, materialmente e spiritualmente. Perché volendo bene guardare, l’elaborazione del lutto e la riconciliazione sono anche temi presenti nel film, pur se non in primo piano.
La regia, di stampo quasi teatrale, alterna ai campi e controcampi dei dialoghi, qualche interno famigliare e qualche bell’esterno dell’appennino tosco-emiliano di Orsigna, al confine con l’Emilia Romagna, dove si trova realmente la loro casa, attenendosi fedelmente alla sceneggiatura del produttore Ulrich Limmer e dello stesso Folco. Grande prestazione di Bruno Ganz di perfetta adesione anche fisica, meno convincente ci è sembrato Elio Germano. Il personaggio Terzani senza atteggiarsi a guru, senza inclinazioni new age, sempre mitigato, come vero toscano doc, da sano scetticismo e sincero materialismo, semplicemente esprime quanto ricavato da una vita vissuta con passione e cervello, perché questo alla fine ci sembra fra tutti il messaggio più bello, vivere sempre appassionatamente (perché sai che non è per sempre), come un instancabile esploratore della vita: così infatti Folco definisce il padre. Altre riflessioni sulla sua figura, come genitore, come intellettuale, non appartengono al film e non è il caso di parlarne.
A costo di fare un discorso anti-commerciale, il film osa un dialogo sulla vita e sulla morte, perché anche di questa si parla, anzi soprattutto, in quanto unica conclusione possibile della nostra esistenza, la cui rimozione non può che far male. E conferma che molti, sul limitare del buio eterno, sentono la necessità di trovare una spiegazione, di vedere un disegno, di credere che non tutto svanirà come una lacrima nella pioggia. A ciascuno la sua consolazione, beato chi la trova. Tanto finiremo tutti polvere alla polvere, comunque.
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Un omaggio amorevole
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