Pupi Avati fa il suo cinema, per coloro che lo apprezzano e forse ancora più per se stesso. In fondo tranne poche eccezioni, fa sempre lo stesso film, permeato da quella nostalgia comprensibile in un uomo della sua età, ma non condivisibile in una ormai vasta fetta di pubblico. Nella sua prediletta Italia dei decenni passati che vanno dal 1930 al massimo agli anni ’50, cose c’è da rimpiangere? Un Italietta provinciale e fascista, povera, sporca, arretrata, classista, misogina. Anche nel suo ultimo film,
Il cuore grande delle ragazze (bel titolo sprecato e tradito), lo scenario è questo: siamo nelle sue solite zone (campagne dell’Emila Romagna) negli anni ’30. Due famiglie si fronteggiano: il benestante Osti (
Carlo Gavina) proprietario terriero, e il suo fattore Vigetti (
Andrea Roncato). Osti ha due figlie, zitelle inguardabili da piazzare, Vigetti ha Carlino, un figlio considerato carne da monta (ma con l’alito profumato di sambuco…) e come tale “comprato” dal padrone per accasarlo con una delle figlie. Ma da Roma sopraggiunge Francesca, la bella figliastra di Osti di cui Carlino si innamora all’istante.
Nella loro grettezza tutti i personaggi non sanno nulla dei sentimenti di cui parlano e, più preoccupati delle apparenze che della sostanza, si avviano lungo un percorso costellato di incidenti che, prtotraendo troppo a lungo la forzata astinenza dell’irrefrenabile Carlino, provocano la rottura fra i due amanti. A raccontare fuori campo, la voce di
Alessandro Haber, ultima generazione della famiglia, del quale un eventuale ripensamento dei modelli non traspare, come non traspare mai nell’Avati narratore, perché l’affettuosità dello sguardo è palese e sembra esente da qualunque intento critico. Non concordiamo sulla scelta di
Micaela Ramazzotti come protagonista, viso troppo moderno per quell’ambiente, filologicamente ricostruito invece per il resto, come fa sempre Avati. Meglio
Cesare Cremonini, il ragazzone analfabeta schiavo della sua irrefrenabile e fisiologica (e in quanto tale esaltata) sessualità, e ottimo il resto del cast, con una particina riservata a una
Sidney Rome resa terrificante da insani interventi estetici (sembra il Joker). Avati fra famiglie, campagne, feste, matrimoni, amori, percorre le sue amate campagne, nella ricostruzione curata di costumi e scenografia, lasciando che sulle vicende umane cali un conformismo antiquato e irritante (quando c’era Lui, caro Lei…), confezionando una volta di più un film maschilista come lo era stato
Gli amici del Bar Margherita (e molto altro suo cinema), narrato con un tono fra il fiabesco, l’elegiaco e il grottesco. Alla fine la “grandezza” del cuore delle ragazze si riduce una volta di più alla capacità di adattarsi alla società degli uomini e a perdonare le corna, perché l’uomo è sempre cacciatore e la donna santa (moglie, figlia) o puttana.
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