Certe coincidenze fanno sorridere, soprattutto quelle che ti cambiano la vita. Ne sa qualcosa il vecchio Boris, burbero maestro di scacchi senza aspettative, che nella vita ha fallito tutto, compreso un tentato suicidio, e un giorno incontra, per caso, la sua anima tutt’altro che gemella. Lui esperto di fisica quantistica, sedicente genio, ipocondriaco perso, intollerante ai cliché e alla vita sociale. Lei stupida, carina, carina, stupida, stupida, stupida e poi… ah, esperta di dog-sitting e acconciature improbabili. E’ ciò che si dice una coppia perfetta? “Sì”, provoca
Woody Allen, portandoci nell’assurdo di due diversità abissali costrette al confronto quotidiano (cosa che i più chiamano “matrimonio”) giorno dopo giorno. Eppure - sembra volerci dire il film- la perfezione, in una storia d’amore, non è necessaria:
basta che funzioni.
Un ottimo
Larry David (convincente anche quando canticchia un antibatterico "
Tanti auguri a me") è il protagonista di quest’ultima commedia rosa di Allen, ultima solo in ordine di tempo: in controtendenza (per fortuna) con le sue recenti opere di dubbia riuscita, il maestro dell’ironia paradossale dimostra di non aver perso lo smalto di un tempo e di saper ancora scrivere un buon film, con tanto di duelli dialettici all’ultimo sangue ed irresistibili rovesciamenti di cliché.
Ci troviamo di fronte ad un ritorno alle origini, a quel tipo di commedia romantico-esistenzialista che solo Woody Allen sa firmare, con la sua instancabile vis comico-arguta, che non rinuncia mai alla battuta politicamente scorretta. Gli aforismi più esilaranti escono dal duo protagonista, che sin dalla locandina sembra riprodurre una coppia lavorativa a noi familiare: lo stesso Woody (che Boris/David sia il suo alter ego è evidente in ogni singola battuta) e la sua musa,
Scarlett. Certo, qui la protagonista è interpretata da una bravissima (e svampita)
Evan Rachel Wood, eppure la somiglianza con la collega è impressionante in ogni inquadratura (misteri di trucco- parrucco-costumi, o capriccio di un regista nostalgico a cui manca la sua attrice-feticcio?).
Il resto del cast vanta, oltre al notevole
Henry Cavill (lo diciamo anche per le nostre lettrici), la solita leonessa
Patricia Clarkson, sempre più convincente e fascinosa (lo era anche diretta dalla
Coixet), qui nei panni di una madre che, come farà poi suo marito, riscopre se stessa fino in fondo (è il caso di dirlo) in quel di New York. La Grande Mela segna un altro ritorno del cineasta, ai suoi luoghi, esteriori ed interiori. Anche quelli dell’anima sono tutti riconoscibili, a partire dalla riflessione sul destino su cui si basa il film, l’ennesimo firmato Allen sulle coincidenze, gli incontri improbabili, le beffe della sorte e simili. Solo che stavolta tutto è sfumato con una sana dose scorretta ironia (che non risparmia Dio, né l’Olocausto), senz’altra pretesa se non quella di solleticare il palato intellettuale dello spettatore e, magari, strappargli un sorriso. Sempre che, come Boris stesso si/vi chiede a un certo punto, non ve ne siate già andati dalla sala. Ma chi, come lui, ha “
una visione d’insieme” sa bene che non è possibile: 92 minuti che volano, alla fine dei quali avrete voglia di innamorarvi, ridere e vederne ancora.
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Arguto sarcasmo, dialettica impeccabile, personaggi sopra le righe quanto basta: bentornato Woody!
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