Lanciato con la promettente tagline di “Nuova decade, nuove regole”,
Scream 4 avrebbe dovuto, nelle intenzioni dello sceneggiatore
Kevin Williamson e del regista
Wes Craven (riunitosi per l’occasione), fungere da primo capitolo di una nuova trilogia ma, se “il buongiorno si vede dal mattino”, conviene augurarsi che il progetto non vada in porto.
Scream 4, infatti, non aggiunge nulla di originale ad una saga che aveva, ormai, detto tutto già da anni, ma, invece, reitera concetti e situazioni trasformandosi in un noioso e ridondante remake del film originale.
La storia vede Sydney Prescott (
Neve Campbell) tornare a Woodsboro per presentare il suo libro di auto-aiuto nel quale descrive come è uscita dalle drammatiche esperienze che ha dovuto affrontare. Una volta tornata a casa, la ragazza riallaccia i contatti con lo sceriffo Dewey e sua moglie Gale, e anche con la giovane cugina Jill e la zia Kate. La sua ricomparsa in città, però, non coincide però solo con l'anniversario del primo omicidio compiuto da Ghostface, ma anche con la ricomparsa del terribile serial killer che, ovviamente, ricomincia la mattanza. Se è vero che, nel 1996, l’originalità di
Scream e la sua intelligente decostruzione del genere horror avevano ridato linfa vitale (anche commercialmente) al genere, è anche vero che gli immediati sequel (
Scream 2 e 3) sembravano più pellicole alimentari che non un ragionato proseguimento di un progetto narrativo. Per cui, quindici anni dopo e con un sacco di imitazioni alle spalle, serviva un’idea veramente originale per consentire alla coppia Williamson-Craven di riproporre il loro “cavallo di battaglia”. Scream 4, invece, ripropone gli ingredienti vincenti del passato (ironia, citazionismo, meta cinema, humour nero) senza riuscire, mai, ad essere davvero originale. La noia, quindi, regna sovrana fin dai primi minuti e non basta aggiornare lo schema con qualche riferimento contemporaneo ai social network, ai remake e alla voglia di celebrità “alla Grande Fratello” per elevare il film da un soglia di preoccupante mediocrità. Ad onor del vero, occorre segnalare che, nelle ultime settimane, è girata la voce che Craven, infastidito non poco dalle pressioni subite in fase di montaggio dalla produzione, avrebbe addirittura minacciato di voler togliere il suo nome da un film in cui “del suo lavoro restava ben poco”. Concediamo, quindi, al regista americano il beneficio del dubbio anche se, francamente, è difficile ipotizzare cambiamenti significativi in una storia come questa…
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inutile e ridondante
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