Di meraviglie cinematografiche Tim Burton ne ha regalate in innumerevoli quantità, dando vita nel corso della sua ormai decennale carriera ad un'immaginario gotico/surreale/romantico/fiabesco unico nel suo genere e senza dubbio ineguagliabile. Era dunque probabilmente solo questione di tempo prima che il Paese delle Meraviglie per eccellenza passasse sotto le sue grinfie, con noi tutti convinti di stare per assistere al definitivo manifesto visionario del regista, che per l'occasione aveva affidato al proprio attore feticcio Johnny Depp il calzante ruolo del Cappellaio Matto.
Come capita però spesso, la materia che si conosce e si padroneggia meglio finisce per essere sottovalutata e i risultati strabilianti che tutti attendevano lasciano a conti fatti più perplessi che altro. Innegabilmente Alice nel Paese delle Meraviglie è un buon film e per diversi motivi: dalla scorrevolezza narrativa, alla bellezza scenografica fino all'ottima caratterizzazione della maggior parte dei personaggi, è un prodotto attentamente curato e di sicuro intrattenimento, che non mancherà per questo né di divertire, né tantomeno di appassionare.
Nelle sue singole componenti non manca di nulla, ma forse è proprio questo il suo difetto: tutto è troppo studiato, a tal punto da diventare freddo, manieristico e in molti punti emotivamente povero. Pur tralasciando l'inutilità del 3D (che compie un passo indietro rispetto alla rivoluzione di Avatar), l'estetica del film si muove tra scelte eccessivamente disneyane e una rigidità di fondo che sembra impedire all'estro di Burton di decollare. Lo stesso corpus numeroso e variegato di personaggi convince nelle singole individualità, ma non nelle interazioni d'insieme, decisamente sottotono a partire proprio dal deludente Johnny Depp/Cappellaio Matto (la cui tanto chiacchierata "deliranza" strappa giusto un sorriso un po' forzato).
Di nuovo a giganteggiare è invece Helena Bonham Carter, che per la seconda volta dopo Sweeney Todd regala una performance nettamente superiore rispetto a quella del più blasonato e mediaticamente più noto collega Depp. La sua Regina di Cuori malvagiamente adorabile sovrasta con la sua "capocciona maledetta" tutto il resto del cast. È proprio quella surreale verve che possiede, la sua espressività, il suo pathos a mancare invece al film nei punti decisivi, dal climax dello scontro finale con il drago, al debole momento di addio, fino al "brucaliffiano" finale telefonato che non riesce proprio a convincere (senza contare un nucleo tematico, che dall'elogio della follia al neanche tanto velato femminismo, viene tratteggiato con troppa retorica superficialità).
Ciò nonostante non ci sentiamo di bocciare questo adattamento del romanzo di Lewis Carroll, che comunque regala due ore di scorrevole intrattenimento e fara più che felice il pubblico meno pretenzioso. Pensando però a film come Edward Mani di Forbice, non si riesce a non pensare che il Paese delle Meraviglie sia davvero tutt'altra cosa. Speriamo che Burton torni a fargli presto visita.
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Abbasso la Capocciona Maledetta... ma se non ci fosse, tutto sommato, bisognerebbe inventarla.
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