C'era una volta, nel vecchio quartiere portuale di Firenze, il Pignone, un cinema animato più dallo spirito popolare di chi lo frequentava che dai volti delle star del cinema che si alternavano sul suo schermo.
Quel cinema si chiamava l'Universale, e chi ha avuto il privilegio di frequentarlo merita l'invidia di tutti noi cinefili. O almeno, di tutti quegli amanti passionali del cinema che commentano, ridono, piangono senza riserve di fronte alle storie di celluloide. I radical chic da «cinema del silenzio» possono, quindi, anche accomodarsi fuori.
Federico Micali ha dedicato all'Universale e ai suoi protagonisti un documentario che ne ripercorre la storia, dal secondo dopoguerra al 1989, anno della sua definitiva chiusura.
Una storia popolare, tanto che le proiezioni venivano interrotte nella fascia oraria in cui andava in onda "Lascia o raddoppia", uno dei programmi di maggior successo degli anni '50. Ma anche una storia dalla forte valenza politica, per come parla di un'epoca, i gloriosi anni '70, in cui i film erano vissuti non solo come semplice svago ma come lente d'ingrandimento attraverso la quale esplorare la propria realtà e, magari, intervenire su di essa.
Si guardava Zabriskie point e ci si chiedeva perchè in America non ci fosse la lotta armata come in Italia; si assisteva all'anarchico epilogo di If, pellicola sessantottina inglese dal fortissimo sapore rivoluzionario, interpretata dal Malcolm McDowell di Arancia meccanica, e partiva spontaneo l'applauso.
Micali guarda con rimpianto ed ironia a quell'universo di cui lui, per ragioni anagrafiche, non ha potuto far parte. Privo di filmati di repertorio, lascia parlare chi l'Universale l'ha vissuto, protagonisti straordinari di vicende al limite del surreale (piccioni liberati in sala durante la visione di Birdy - Le ali della libertà e una Vespa lanciata a tutta velocità tra le poltrone, per citare le più eclatanti) e le alterna con immagini, animate in stop-motion, che ricostruiscono gli interni dell'Universale stesso.
Una sala che è il simbolo di un modo ormai perduto di appropriarsi della cultura: con divertimento ed istinto, al di fuori di quello «svago omologato» di oggi, tanto caro ai ben pensanti, fatto di reality inguardabili condotti da professionisti dell'inutile e fiction televisive docili e rassicuranti, perfette per addormentare (letteralmente!) le coscienze degli spettatori.
All'Universale c'era una vitalità goliardica di azione e pensiero tale che ciò che accadeva nella sala era, molto spesso, più interessante dei racconti che scorrevano sullo schermo.
Non a caso, Micali ha in programma la realizzazione di un film, stavolta di fiction, sulle storie dell'Universale.
A giudicare da questo documentario, non possiamo non fargli un grosso «in bocca al lupo» perchè riesca nel suo proposito.
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Un esilarante "come eravamo" per capire, con terrore, come siamo oggi
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