Spesso, da queste pagine, ci siamo lamentati di come il cinema di genere (ma potremmo ampliare notevolmente il concetto) italiano sia praticamente scomparso e di come sia difficile, per chi ha delle idee e voglia di lavorare, riuscire ad emergere da una situazione di stallo assoluto. Ma allora, cosa fanno le persone che non si vogliono arrendere? Semplice: emigrano. Una fuga di cervelli che, quando si parla del mondo del cinema, porta i nostri compatrioti a dirigersi negli Stati Uniti e, specificatamente, a Los Angeles dove ha sede la cosiddetta “Fabbrica dei sogni”. Spesso e volentieri, però, di queste persone non si sente mai parlare (invidia?, disinteresse?, disinformazione?). Moviesushi vuole colmare questa lacuna raccontando alcune di queste storie con una serie di interviste agli “italiani d'America”. La prima testimonianza è quella di Mauro Borrelli, Concept Designer, regista e sceneggiatore vicentino che, portato in USA da Francis Ford Coppola nel 1990, ha collaborato con alcuni dei più grandi nomi della scena americana.
Come sei arrivato ad Hollywood?
Sono arrivato in America a seguito di Francis Ford Coppola il quale, dopo aver lavorato come Art Designer sul set di Il Padrino III, mi ha voluto con lui. Il primo anno mi sono trasferito nella sua tenuta di Napa Valley e avevo l'ufficio proprio sopra la sua winery. All'epoca, Francis e suo figlio avevano aperto una casa di produzione chiamata Commercial Company, con lo scopo di scoprire e lanciare giovani registi che avessero delle idee e finanziare loro dei progetti low budget, ed io, infatti, oltre a lavorare per lui nell'Art Department, avevo scritto una sceneggiatura sui vampiri. Poi però la compagnia venne chiusa ma io rimasi a lavorare con lui come Concept Designer su Dracula ed altri film. Scrissi, poi, un copione che loro acquistarono sulla storia di Pinocchio ma, come spesso accade in questo mondo, anche quel progetto non venne realizzato.
Una volta interrotta la tua collaborazione con Coppola come ti sei mosso?
Ho deciso di rimanere negli Stati Uniti e mi sono trasferito a Los Angeles dove ho continuato a lavorare come Concept Designer. Tra le cose più significative ho fatto due film di Tim Burton: La leggenda di Sleepy Hollow e Il pianeta delle scimmie ed ora, al Moma di New York, ci sono in mostra tre miei disegni. Poi ho lavorato con delle compagnie di video-giochi come Activision o come Square con i quali ho collaborato due anni alle Hawai con il ruolo di Production Designer nella creazione di Final Fantasy, il film in 3D basato sul videogioco omonimo. Successivamente ho lavorato con Ang Lee su Hulk, con Schumacher su Batman Forever e poi ho disegnato tutte le scenografie di Al di là dei sogni.
Quando hai deciso di voler sperimentare anche il ruolo di sceneggiatore/regista?
Durante tutta questa fase della mia carriera che ti ho appena descritto, ho preso molta confidenza con il mondo dei visual effects e del CGI, specialmente con l'applicazione di questi device al campo dei videogiochi. Per cui, ad un certo punto, ho deciso di mettere in pratica tutta questa esperienza che avevo accumulato e ho cominciato a pensare di produrre qualche cosa in proprio; piccoli budget ovviamente, ma strutturati in modo di renderli visivamente interessanti capitalizzando, quindi, la mia esperienza “visiva”.
E qual'è stata la tua prima produzione?
Bizzarramente è stato un film che con il discorso visuale aveva poco a che fare, si tratta, infatti, di una commedia romantica chiamata Goodbye Casanova, con Yasmine Bleeth e Flea dei Red Hot Chilli Peppers, prodotto e diretto da me e che è andato al festival di Taormina nel 2001.
E si è trattato del tuo esordio nella regia?
In realtà no, il mio esordio vero è stato con un cortometraggio che ha vinto il Festival di Venezia, si intitola La donna del moro e, purtroppo, oggi è andato perso, non ne esiste nessuna copia. Comunque, dopo Goodbye Casanova ho realizzato The Hunted Forest, un film sperimentale con un micro budget di 30.000$ ed una troupe composta da 4 persone. Lo abbiamo fatto quasi per divertimento e per sperimentare la tecnologia digitale di questa nuova macchina da presa chiamata DVX 100 che filmava a 24 frame al secondo. Però, devo dire che il film ha venduto in tutto il mondo e anche in nazioni insospettabili come Brasile, Portogallo, Scandinavia e l'ho persino trovato in una videoteca di un piccolo paesino a nord di Tokyo. In America, poi, lo distribuisce la Lionsgate.
Quindi si può dire che hai guadagnato grazie a questo film?
Sicuramente ho recuperato i costi e magari ho incassato anche qualcosina in più. Di sicuro ti posso dire che la Distribuzione ci ha guadagnato abbastanza bene e lo si vede anche dai consensi degli utenti su imbd.com dove il film è stato votato più da 1000 persone. Considera che un film di medio successo italiano, in Italia, non arriva quasi mai a questi numeri.
La scelta di fare un horror è stata calcolata in base ad un'idea di vendita, oppure viene dalla tua passione per il genere?
Non è stata una scelta calcolata, deriva da una passione per il genere che, però, ho sviluppato solo negli ultimi anni. Devo confessarti che, probabilmente, ho dovuto superare una certa diffidenza verso il genere dovuta alle mie origini italiane. Infatti, con l'esperienza ho capito che in Italia si tende a disprezzare il cinema horror, a trattarlo come la pornografia o comunque come qualcosa di cui ci si deve vergognare, specialmente per i registi: un regista che fa horror viene etichettato come un regista “di serie B”. Quindi, uno che vuole lavorare si adatta a questo preconcetto e non lo fa. Poi, però, venendo qui negli States ho cominciato a vedere che anche registi di una certa fama e reputazione praticano questo genere senza nessuna remora e allora mi sono deciso ad esplorare, a capire e a cercare le cose interessanti da vedere e mi sono veramente appassionato. Ma ci sono arrivato dopo, attraverso questo percorso.
Passione che ti ha portato a realizzare un altro horror che stai completando proprio in questi giorni...
Esatto, si chiama The Box of Shadows e lo potrei descrivere come un noir con l'aggiunta di elementi soprannaturali. Dopo The Hunted Forest, che era un esperimento quasi senza storia, ho voluto creare una cosa narrativamente più completa e, soprattutto, ho voluto utilizzare la città di Los Angeles. I protagonisti della storia sono dei ragazzi giovani che scoprono una bara costruita da un inventore tedesco del 1500; questa bara ha degli strani ingranaggi che producono una musica quasi da carillon e chiunque si stenda dentro sperimenta l'esperienza della morte.
Che budget hai ottenuto?
Il budget è stato di 125.000$, investiti da tre diversi finanziatori. Però si tratta di un budget riferito soltanto alle riprese pure e semplici; ora il film ha bisogno di una sofisticata post produzione che prevede l'aggiunta di 120 effetti in CGI. Per questo lavoro dovremmo tirar fuori almeno altri 150.000$ ma contiamo di pagarli con calma, magari dopo le vendite del film.
Progetti per il futuro?
Stiamo preparando un altro supernatural thriller chiamato Dr Sleep, la storia di un serial killer che, però, agisce in stato di sonnambulismo comandato da un ipnotizzatore, e quindi che non sa di uccidere.
Ti senti uno dei protagonisti della cosiddetta “fuga dei cervelli” in cui l'Italia, ahi noi,è campione assoluto?
Se devo dire la verità, un po' si. In Italia io non potrei fare assolutamente quello che faccio qui.
Perché?, spiegami i motivi concretamente.
Ti faccio un esempio. Io qui a Los Angeles frequento il sindacato dei Concept Designer, una comunità di un centinaio di persone che lavorano su tutti i più grossi film americani. I francesi sono molto numerosi, i tedeschi e gli inglesi anche, mentre di italiani siamo in due. Ed il motivo è questo: mentre gli altri, quando tornano nel loro paese dopo un'esperienza di lavoro a Los Angeles, vengono molto considerati e gli vengono subito fatte offerte di lavoro in modo da capitalizzare le loro conoscenze e farle fruttare in patria, da noi succede quasi il contrario. Infatti, uno con la mia esperienza può essere un pericolo per chi, in Italia, magari è meno competente ma è “un intoccabile” per altri motivi e non può essere sostituito. Un altro esempio concreto è questo: la televisione francese, l'anno scorso, ha mandato qui una troupe e ha realizzato un documentario sul mio lavoro. In Italia non mi conosce nessuno. Pensa che, tempo fa, la RAI, nel periodo degli Oscar, veniva a fare delle interviste agli italiani che lavoravano nel cinema in America ma, la cosa “strana” è che si dimenticavano sistematicamente di quelli che lavorano davvero, mentre intervistavano quattro o cinque nomi di rappresentanza che però qui fanno solo “politica”. L'ultimo esempio: qualche anno fa al Festival di Cannes c'era un film italiano diretto da Cecilia Miniucchi, un'italiana che vive a Santa Monica, nella Sezione Speciale; e quando la tv italiana parlava dei film nostri al festival, non la nominava nemmeno. Faccio meno di dirti che alla proiezione sua non c'era nemmeno un giornalista italiano...
Ci sono chance di vedere i tuoi film distribuiti anche da noi?
(ride)...qualche tempo fa ho chiesto al mio distributore di The Hunted Forest la stessa cosa, e lui mi ha risposto: “mah, guarda, l'Italia è un mercato un po' particolare...”