In un’epoca in cui le immagini e i racconti di violenza si moltiplicano a dismisura, il rischio di perdere il contatto con la realtà e l’empatia è sempre più concreto. L’attore Adriano Giannini, recentemente premiato a Venezia 83 per la sua straordinaria interpretazione, ci invita a riflettere su questo tema cruciale. Con il suo nuovo film, “Ritorno a Buenos Aires”, diretto da Marco Bechis, affronta la complessità della memoria e della testimonianza, elementi fondamentali per non dimenticare le atrocità del passato.
Giannini, nei panni di Mariano, un desaparecido tornato a testimoniare contro i suoi aguzzini, offre un ritratto profondo di un uomo segnato dal trauma. La storia di Mariano è quella di molti, un viaggio nel dolore e nella difficoltà di ricostruire una vita dopo la tortura. La Mostra del Cinema di Venezia ha così messo in luce non solo il talento di Giannini, ma anche la necessità di mantenere viva la memoria collettiva.
Un viaggio nella memoria: l’intervista a Giannini e Bechis
Marco Bechis, che ha vissuto in prima persona l’orrore della dittatura argentina, ha già affrontato il tema dei desaparecidos nel suo film “Garage Olimpo”. In questa nuova opera, si concentra sul concetto di testimonianza. “Mariano è un sopravvissuto, eppure spesso viene considerato fortunato,” spiega il regista a Movieplayer. “Ma nessuno considera il trauma che queste persone portano dentro di sé.”

Bechis continua: “Volevo esplorare la figura di un sopravvissuto che diventa testimone. C’è una dualità nella sua esperienza, ed è stata una sfida per Adriano raccontare attraverso il silenzio questa contraddizione intima. Mariano affronta non solo la prigionia fisica, ma anche quella mentale imposta dai militari. Alla fine, riesce a riscattarsi attraverso la testimonianza, smascherando i veri criminali di guerra, che purtroppo esistono ancora oggi.”
Il pericolo della disconnessione emotiva
Giannini riflette sull’importanza della memoria, sottolineando che: “Stiamo perdendo non solo la memoria, ma anche la capacità di svegliare le coscienze. Questo film ci costringe a chiederci: siamo tutti testimoni delle sofferenze umane, spesso attraverso i nostri smartphone, mentre ci distraiamo con contenuti più leggeri.”

Proseguendo, aggiunge: “C’è un rischio reale: il nostro approccio a questa verità così violenta diventa sfumato. Dobbiamo adottare sistemi di difesa per affrontare l’invasione della sofferenza, ma non possiamo permetterci di perdere l’empatia verso l’altro.”
Un’interpretazione profonda e autentica
Parlando del suo personaggio, Giannini descrive Mariano come un individuo intrappolato in un tumulto di conflitti interiori, paure e sensi di colpa. “C’era così tanto da esplorare che non ho sentito il bisogno di prepararmi in modo tradizionale. Non riuscivo a razionalizzare tutto ciò che era accaduto, e avevo Marco al mio fianco, che conosceva questi temi in profondità.”
Giannini racconta un episodio significativo: “Un mese prima delle riprese, siamo andati a Buenos Aires, dove Marco mi ha mostrato i luoghi di detenzione e tortura. Quella visita è stata fondamentale. Ho capito che non avrei potuto affrontare il personaggio in modo razionale. Ho cercato di cogliere le emozioni di Marco, i suoi ricordi, e in qualche modo i suoi occhi hanno aperto la porta al mio personaggio. È stata un’esperienza che ha richiesto un approccio più istintivo ed empatico.”




