Il cinema ha la straordinaria capacità di trasportarci in mondi lontani, di farci vibrare con le sue melodie e di farci riflettere sulla nostra esistenza. “Sirat”, l’ultima opera di Oliver Laxe, si colloca esattamente in questo spazio magico, dove la musica, i colori e la narrazione si intrecciano in un racconto profondo e coinvolgente. Al centro della storia troviamo un padre in cerca della propria figlia, un viaggio che si snoda attraverso una carovana di raver. In questa intervista, il regista condivide le sue riflessioni sull’importanza del suono, sull’uso dei colori e sul valore del lavoro collettivo nel suo cinema.
La musica come unione spirituale
La colonna sonora, realizzata da Kangding Ray, non è semplicemente un sottofondo per le immagini; è un elemento centrale che guida lo spettatore in un’esperienza immersiva. Rivolgiamo a Oliver Laxe una domanda provocatoria: è la musica una forma di religione? Con entusiasmo, il regista risponde affermativamente, sottolineando l’importanza delle proporzioni. “Tutto è una questione di equilibrio. Che si tratti di architettura, cinema o musica, le proporzioni giuste possono avvicinarci al trascendente”.
Laxe ci invita a riflettere sul significato profondo della religione, che nel suo senso originario implica “unire”. La musica, secondo lui, ha il potere di farci percepire la connessione tra tutti gli esseri umani, dissolvendo le barriere che ci separano. Citando Nietzsche, il regista afferma: “Non crederei in un Dio che non sa ballare”.
I colori come riflesso dell’anima
Nel film “Sirat”, un altro aspetto fondamentale è l’uso dei colori, che Laxe definisce un’esperienza intima e spirituale. Quando gli chiediamo come ha scelto la palette visiva, il regista rivela un approccio intuitivo. “Io mi considero un regista di immagini, e il gusto è essenziale per me”. La parola araba “dhawq”, che significa gusto in senso spirituale, riassume questa concezione.
Per Laxe, il colore non è solo una decisione estetica, ma un’esperienza interiore che si traduce in un linguaggio visivo potente. “A volte, i colori sono già dentro di me. Poi, c’è il lavoro sulla pellicola, un materiale nobile che interagisce con la luce, creando un effetto magico. Il cinema è una forma di alchimia”.
Riflessioni sulla pellicola e il rischio del feticismo
“Sirat” è caratterizzato da colori saturi e intensi, che superano il realismo. Questa scelta rimanda al cinema indipendente degli anni Settanta, un periodo che Laxe considera fondamentale. Tuttavia, il regista mette in guardia contro il rischio di cadere nel feticismo: “Girare in pellicola non deve diventare un’ossessione, ma piuttosto un limite da rispettare”.
Essenziale per mantenere questo equilibrio è la collaborazione con il direttore della fotografia. “Mauro ha un talento straordinario. Non è solo un tecnico, ma un vero artista, e si occupa anche della correzione del colore”. Nonostante la sua visione forte, Laxe sottolinea l’importanza del lavoro di squadra: “Nel mio team ci sono sei registi. Quando ho dei dubbi, chiedo il loro parere. Ricevo idee e scelgo la migliore. Questo è il mio metodo di lavoro”.
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