Il nuovo film di Fiorella Infascelli, “La camera di consiglio”, offre una visione intensa e coinvolgente di un momento cruciale nella lotta contro la mafia, ricostruendo i 35 giorni di deliberazioni dei giurati nel Maxiprocesso contro Cosa Nostra del 1987. Ambientato in un’aula bunker che sembra riflettere la geometria e la rigidità del sistema giudiziario, il film racconta la storia di otto giudici, tra cui due togati e sei popolari, rinchiusi in una situazione di estrema pressione, senza possibilità di contatti esterni. Le condanne finali, che includono 346 sentenze e ben 19 ergastoli, evidenziano la gravità del compito affidato a questi giurati.
La regista riesce a intrecciare il rigore della sua opera con un tocco poetico, permettendo momenti di riflessione e confessione tra i protagonisti, che rappresentano un microcosmo dell’umanità. Mentre oltre 400 imputati, tra cui il boss Michele Greco, rimangono sullo sfondo, la tensione palpabile e il peso della responsabilità gravano sui giudici, costretti a prendere decisioni che cambieranno per sempre il corso della giustizia in Italia.
Un viaggio nel cuore del Maxiprocesso
Dopo un lungo silenzio durato dieci anni, Fiorella Infascelli riprende un tema che le è sempre stato caro: la lotta contro la mafia. Con “Era d’estate”, aveva già affrontato il periodo di Falcone e Borsellino all’Asinara per bloccare il Maxiprocesso. In questo nuovo lavoro, la presenza di Massimo Popolizio, che torna a indossare la toga, crea un collegamento con il passato, anche se il suo ruolo non è più quello del famoso magistrato. Al suo fianco, Sergio Rubini interpreta il presidente della giuria, un personaggio rigoroso e disciplinato, ma che nasconde timori profondi.
La regista si avvale di inquadrature che seguono i giurati nei corridoi di cemento dell’aula bunker, ricostruita a Cinecittà, per rivelare le loro personalità. Ogni giurato ha una storia unica: c’è la levatrice curiosa (Betty Pedrazzi), la madre segnata dalla mafia (Roberta Rigano), il giurato eccentrico (Claudio Bigagli) e quello determinato (Anna Della Rosa). I loro dialoghi, intrisi di emozioni e paure, pongono lo spettatore in sintonia con le loro esperienze.
Teatro e dramma nel racconto giudiziario
In un contesto così drammatico, le interazioni tra i personaggi diventano essenziali per il film. Mentre la Storia si svolge al di fuori delle mura, Infascelli esplora le reazioni di giurati diversi, ciascuno con un background e un’età distinti, costretti a confrontarsi in una situazione di estrema tensione. La regia riesce a catturare l’angoscia di questo ambiente claustrofobico, offrendo allo spettatore una visione privilegiata delle dinamiche interne.
Tuttavia, alcuni dialoghi risultano eccessivamente formalizzati e distaccati, creando un effetto teatrale che può sembrare estraneo alla gravità della situazione. La regista sembra spinta da una necessità didattica, volendo trasmettere il messaggio di un’eroica resistenza contro la mafia, allontanandosi da opere precedenti che hanno affrontato il tema con maggiore suspense e colpi di scena.
Punti di forza e debolezze del film
Perché ci ha colpito
- La chimica tra gli attori, con performance memorabili di Massimo Popolizio e Sergio Rubini.
- La ricostruzione degli spazi, che trasmette un senso di claustrofobia e tensione.
- L’approfondimento psicologico dei personaggi, che affrontano una prova estrema.
Criticità da considerare
- Alcuni dialoghi possono apparire troppo aulici, risultando innaturali per il contesto descritto.




