Difficile comprendere, fino in fondo, un’icona.
E difficile è, anche, raccontare la sua storia, tramutatasi in leggenda.
È quanto ha cercato di fare
Matt Tyrnauer, corrispondente della rivista Vanity Fair prestato al cinema in onore di un racconto che lui stesso definisce “
epico”, con il documentario
Valentino – The last Emperor, dedicato allo stilista più famoso, più celebrato e più amato del mondo.
Come spesso accade, un compito complesso presenta una soluzione semplice, e il lavoro di Tyrnauer conferma, in parte, questo assunto. Per due anni (dal Giugno del 2005 al Luglio del 2007), infatti, il regista ha seguito la sua star, cercando di penetrarne la quotidianità e, al contempo, attraverso immagini di repertorio montate ad arte con un ritmo e un gusto che ricordano da vicino l’estetica, decisamente appropriata, di Sex and the city, raccontarne il mito senza, però, cedere al fascino dell’apologia.
E, nel corso di questo vero e proprio pedinamento tra Roma, Parigi, Londra, Gstaad e New York, l’icona, anziché umanizzarsi, si conferma tale, pur nei suoi comportamenti e sentimenti assolutamente umani.
Il Valentino protagonista (starring si legge nei titoli di coda, dicitura inusuale per un documentario) di The last Emperor è un uomo dall’ego smisurato quanto l’impero della moda che ha saputo costruire. Un egocentrismo che, però, non sfocia mai nella presunzione o nell’arroganza verso chi lo circonda, un microcosmo, per così dire, di centinaia tra collaboratori, dipendenti, amici, sempre trattati con rispetto, nonostante, in un frammento del film, lo si senta esclamare “la gente deve inginocchiarsi davanti a me!”, mentre incolpa le telecamere del documentario di non prestargli, a suo dire, sufficiente attenzione.
Perché questo ultimo Imperatore è anche un uomo capriccioso, viziato dall’opulenza e dalla libertà che contraddistinguono l’universo parallelo nel quale vive da più di cinquant’anni. Un regno di ville, quadri dedicatigli da Andy Warhol, lusso e capricci, tuttavia, non frutto di un privilegio calato dall’alto o macchiato da colpe e peccati (come, spesso, sono i privilegi) ma dal faticoso lavoro di un artigiano appassionato, ancora capace di commuoversi o esaltarsi dinanzi alla bellezza di un abito, del quale segue l’intero processo di lavorazione (esilaranti, a tal proposito, i confronti con le sue sarte).
Un artista, inutile e inappropriato cercare altri termini, che ricorda perfettamente, e gli s’illuminano gli occhi nel farlo, quando e per quale delle innumerevoli dive da lui vestite (Liz Taylor, Audrey Hepburn, Julia Roberts, Gwyneth Paltrow, giusto per citare qualche nome) realizzò un abito in particolare tra le centinaia di migliaia da lui creati.
Tutto questo mosaico di elementi rappresenta la leggenda di Valentino, amante della bellezza, e del suo compagno Giancarlo Giammetti, che ha contribuito a mantenere incontaminata tale bellezza. Giammetti, con il suo pragmatismo, ha rappresentato lo «scudo» posto a difesa dell’artista appassionato e della sua creatività, isolata da tutto ciò che non fosse favola, meraviglia, fascino.
A questa coppia che ha saputo sognare in grande e che ha avuto, soprattutto, la forza di realizzare quei sogni, Tyrnauer dedica la sua storia, divertente e commovente come ogni fiaba sa essere.
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Vita di un'icona, tra vizi esilaranti e commoventi virtù
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