Tra le nuvole è una commedia aspra, serrata e tagliente, scritta in modo superbo ed interpretata anche meglio.
Tra le nuvole è una storia d’amore romantica, divertente e straziante come solo le migliori storie sanno esserlo, al cinema e nella vita.
Tra le nuvole è una tragedia, sovraccarica delle tensioni e delle molte disperazioni create dalla crisi economica globale.
Serve altro per definirlo un film straordinario?
Speriamo, piuttosto, che dopo la delusione ai Golden Globes (dove si è aggiudicato solamente il premio per la Miglior Sceneggiatura), agli Oscar goda di maggior fortuna. Tuttavia, la miopia dell'Academy, soprattutto in un'annata segnata da un blockbuster coraggioso e imponente come Avatar, è ben nota, anche di fronte ai buoni risultati al box office che il film sta ottenendo in patria (dove è uscito lo scorso 4 Dicembre, incassando, finora, circa 64 milioni di dollari).
Giunto alla sua terza regia, Jason Reitman si scrolla definitivamente di dosso l’etichetta di «figlio d’arte» di Ivan Reitman (apparsa precaria già dopo l’ottimo esordio con Thank you for smoking ed il meritato successo di Juno) realizzando, a soli trentadue anni, un film che è già il suo (primo) capolavoro. La storia, cioè, di Ryan Bingham, figlio prediletto di quel sistema, ideologico e culturale prima che economico o finanziario, in cui tutto ha un valore quantificabile ed il profitto è il target in nome del quale sacrificare la propria vita o, preferibilmente, le vite di migliaia di altre persone, nomi di estranei su una lista, da dimenticare in fretta. Perché “più lenti ci muoviamo, più velocemente moriamo. Noi non siamo cigni. Siamo squali”.
Bingham è un «tagliatore di teste» per le aziende che hanno bisogno di una «sforbiciata» al personale. Un mestiere spiacevole, lo sa bene, ma che lui svolge “con dignità”, rispettando, a suo dire, il dolore di chi gli sta di fronte. E, con simile arroganza, pone se stesso, la propria etica e la propria cinica filosofia di vita centinaia di chilometri al di sopra delle teste che andrà a tagliare. Tutto ciò che potrebbe farlo scendere da questo piedistallo di certezze «a tasso zero», i legami familiari, l’amore e ogni altra forma di responsabilità, è ben chiuso in uno zaino, da scaricare non appena si facesse troppo ingombrante. Ma prima che se ne possa sbarazzare definitivamente, due donne s’insinuano in quello zaino, costringendolo a rivalutare i suoi presunti valori: Alex (la conturbante Vera Farmiga, già contesa da Matt Damon e Leonardo DiCaprio in The departed di Scorsese), anima gemella così simile a lui da poterlo distruggere o, al contrario, farlo, narcisisticamente, innamorare, e Natalie (Anna Kendrick, attrice dal talento evidente, che vedremo presto sugli schermi anche in The Twilight Saga: New Moon), prototipo di donna in carriera saccente e determinata ma ancora troppo legata ai desideri ingenui della gioventù.
La crisi di coscienza di Bingham ha il volto di George Clooney, alla sua miglior interpretazione di sempre.
Attraverso il suo cinismo trasformato in delusione, il suo brillante egocentrismo sfiorato dal dubbio, Reitman punta il proprio sguardo sarcastico sulla crisi economica.
La sua pellicola ride di coloro che, con spregiudicata e scientifica freddezza, hanno generato il presente terribile in cui viviamo, un mondo nel quale ci si lascia con un sms e dove le clausole contrattuali contengono gli unici sogni rimasti a nostra disposizione. Ride di noi, che abbiamo accettato tutto questo trasformandolo in abitudine, lasciando che un benessere fittizio ci desse l’illusione che i suoi orrori non ci riguardassero.
Ma non ride mai delle vittime che esso ha prodotto.
E anche per questo è un capolavoro.
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Da vedere per ridere, piangere e scendere "dalle nuvole"
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