Il Dottor Martin Harris atterra all’aeroporto di Berlino per partecipare a un convegno insieme alla sua giovane moglie. Sono una bella coppia, un affermato professionista nel campo delle biotecnologie, in lieta compagnia della sua elegante consorte. Ma un incidente fortuito li separa e spedisce Martin all’ospedale, privo di documenti, dove resta in coma per qualche giorno. Quando rinviene ricorda poco dell’incidente, ma tutto della sua vita (o così gli sembra). Quale choc per lui quando scopre che la moglie non lo riconosce e che al suo fianco c’è un uomo che si è impossessato della sua identità. Perso nell’estraneità della gelida metropoli, senza l’aiuto delle istituzioni (è Festa del Ringraziamento in patria e l’ambasciata è chiusa), il pover’uomo, in stato confusionale, vaga in cerca di una risposta, arrivando a dubitare lui stesso del proprio stato mentale. La sua situazione precipitando in un sempre più convulso susseguirsi di drammatici avvenimenti, che gli fanno ben comprendere di essere finito al centro di un intrigo di vaste dimensioni, ma di cui stenta a comprendere il fine. Cerca di mettersi in contatto con amici in grado di confermare la sua identità, si reca da un bizzarro investigatore privato, ex agente della Stasi, e infine rintraccia la tassista che lo aveva salvato dopo l’incidente, trascinando però entrambi in una situazione assai rischiosa, perché misteriosi killer lo incalzano. L’uomo deve cercare a tutti i costi di riappropriarsi della vita che gli è stata sottratta. Ma esattamente com’era quella vita di prima? Morale della favola: certe volte una botta in testa può anche far bene.
Film dal sapore retrò,
Unknown avrebbe potuto essere un decoroso film di genere, grazie anche a un discreto colpo di scena poco prima del gran finale (per lo spettatore più attento c’era però una lieve traccia già all’inizio). Purtroppo dopo una prima parte da noir/thriller, il tono deborda sul versante action, con incidenti, inseguimenti, sparatorie, combattimenti ed esplosioni, facendo diventare il tutto inverosimile, per la diabolica complessità dell’intrigo e l’eccessiva macchinosità della trama. Peccato, perché con maggiore sobrietà di toni ne sarebbe uscito un prodotto più accettabile. Sembra palese da parte del regista
Jaume Collet-Serra (
Orphan, Goal II) il tentativo di mischiare inquietanti atmosfere alla
Hitchcock/Polanski con l’azione fracassona, tanto cara al produttore
Joel Silver. La sceneggiatura di
Olivier Butcher e
Steve Corwell è tratta dal romanzo (che è migliore del film)
Fuori di me di
Didier van Cauwelaert (Corbaccio Editore).
Liam Neeson è in crisi di buone storie, le sue ultime scelte sono state davvero poco azzeccate (
Io vi troverò, Scontro fra Titani, Chloe, L’ombra del sospetto). Spiace vedere degli ottimi interpreti come
Bruno Ganz, Frank Langella, Aidan Quinn e
Sebastian Koch (
Le vite degli altri) alle prese con personaggi di risibile, perché troppo marcata, convenzionalità. La bella
Diane Kruger (bionda buona) è una povera profuga che resta coinvolta suo malgrado perché di cuore tenero, mentre
January Jones (bionda cattiva), l’algida consorte di
Don Draper in
Mad Men, è la moglie misteriosamente fedifraga. Inevitabili i paragoni con Bourne (l’uomo che cerca di ricostruire la sua identità, circondato da trame oscure, andando incontro a qualche sorpresa),
Frantic (l’americano sperduto in una città straniera, aiutato da una bella ragazza del posto, mentre va incontro a qualche sorpresa) e
Io vi troverò (il quasi uomo della strada costretto a fare il super-eroe, provocando qualche sorpresa). Una bella fotografia (dello spagnolo
Flavio Labiano) attribuisce al film quelle atmosfere da spy story nei pressi della cortina di ferro che non c’è più, così come non ci sono più certi bei film di una volta.
|
Improbabile e macchinoso
|
 |