La tartaruga marina, come tutte le tartarughe, è lenta. E fin qui… non ci piove.
Ciò però non vuol dire che un film su una tartaruga (una e una sola) debba essere per forza ugualmente flemmatico. Del resto, come diceva l'amato Alfred Hitchcock, il cinema è pur sempre “la vita con le parti noiose tagliate”.
Anche da un'esistenza senza troppi spunti e passata interamente a nuotare nell’oceano (che a parte i suoi fondali più pittoreschi e colorati, ha essenzialmente una sola caratteristica, quella di essere blu e sempre più blu), si può quindi tirar fuori qualcosa di buono, puntando magari sui pericoli vari (naturali o umani che siano) e sull'epicità del tragitto (attraversatevi voi avanti e indietro l’intero Oceano Atlantico se ne siete capaci).
L’incredibile viaggio della tartaruga racconta l’odissea di una testuggine marina che, dalle coste della Florida sulle quali è nata, parte alla volta dei fondali africani, per poi un giorno fare ritorno e deporre le uova sulla stessa spiaggia da cui è partita. Il tutto seguendo la “linea maestra” tracciata dai suoi antenati oltre 200 milioni di anni prima e che sembra incredibilmente essersi trasmessa nel codice genetico della specie.
Il documentario diretto da Nick Stringer e narrato dalla voce di Miranda Richardson (doppiata in italiano da Paola Cortellesi) si inserisce nella tradizione ambientalista lanciata dal bellissimo (e finora imbattuto) La marcia dei pinguini e quest’anno già sdoganata dalla mega-produzione disneyana di Earth – La nostra terra.
Quest’ultima incursione nel genere tra tutte è forse la più debole, incapace di garantire, aldilà dell’eccellente lavoro di documentazione durato più di 5 anni, quell’empatia e quell’emozione che invece erano il punto di forza dei suoi predecessori. I pericoli sono sempre l’oceano in tempesta, i pescatori e le barriere di scogli messe a ridosso delle spiagge, le quali impediscono agli animali di approdare a riva e di deporre le uova. Non parliamo poi dei cambiamenti climatici causati dall’uomo, che sconvolgono irremediabilmente l’intero tragitto oceanico.
Insomma, parlare di queste cose è sempre un bene, ma la nostra piccola tartaruga oltre a tanta retorica poco riesce a responsabilizzarci o a intenerirci, causa anche un montaggio poco dinamico e poco coinvolgente. Da parte nostra possiamo certo felicemente spezzare una lancia a favore della Cortellesi, che riesce a rimanere molto distaccata e meno invadente del Fiorello che ha malamente raccontato i pinguini 5 anni or sono.
Per il resto la tartaruga è un po’ troppo serafica e di lei rimane solo l’immagine tenace di un essere che lotta solitario contro un profondo blu vuoto e sempre uguale. Se ne va per la sua strada, lenta e affaticata, ma pur sempre fiera di non essersene rimasta ferma come altre razze più pigre e rinunciatarie.
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Tutti in acqua per un'avventura in fondo al mar, suggestiva ma non troppo entusiasmante.
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