Sembra un film di quelli che non si fanno più,
Io sono l’amore di
Luca Guadagnino. Passato a Venezia nella sezione Orizzonti, racconta la storia di una famiglia dell’alta borghesia industriale del nord Italia. Riferimento che ha fatto pensare alla famiglia Agnelli (c’è un grande vecchio che lascia il controllo dell’azienda) e al cinema di
Luchino Visconti (
La caduta degli dei). Nella famiglia Recchi il patriarca lascia il controllo dell’azienda al figlio Tancredi, ma in coabitazione con il nipote Edoardo. È lui che a una gara conosce Antonio, un cuoco che appartiene a un altro mondo, ma che farà saltare gli schemi nella famiglia: Emma, moglie di Tancredi e madre di Edoardo, si innamorerà di lui. E le conseguenze saranno tragiche.
Se di film viscontiano si può parlare, Io sono l’amore è viscontiano solamente nelle intenzioni, e in un certo senso nell’apparenza. La prima scena, a tavola, è sicuramente debitrice nel suo cinema. Ma manca tutto il resto, dallo sguardo critico verso certi ambienti alla forza narrativa delle immagini del nostro grande cineasta. Ambizioso, a tratti pretenzioso, Io sono l’amore dimostra comunque un’attitudine del cinema italiano a pensare in grande che si era un po’ persa. Piace lo sguardo di Guadagnino sulle architetture (le guglie del Duomo di Milano) e la luce dorata di cui inonda la scena. Ma i pregi di questo affresco familiare tra l’urbano e il bucolico finiscono qui. Il suo gruppo di famiglia (alto borghese) in un interno è emotivamente inerte, una superficie liscia e brillante sulla quale si può solo scivolare senza riuscire a fermarsi o penetrare.
Le scene d’amore tra Emma (
Tilda Swinton) e Antonio (
Edoardo Gabbriellini), filmate a fior di pelle (come ne L’amante di Annaud), il seno di Tilda Swinton sbocciato tra i fiori, sono raffinate, ma non raggiungono la carica di sensualità di cui necessiterebbe il film. È un film frigido nonostante la sua apparente bellezza. E manca di un filo conduttore, di un centro. In fondo potrebbe parlare, attraverso i sapori dei cibi che prepara Antonio, di una riscoperta dei sapori della vita, che ruoli e gabbie dorate non permettono di assaporare fino in fondo. Ma è un discorso che arriva troppo tardi, e non si sviluppa completamente. Certe reazioni dei personaggi, poi, sembrano poco credibili, e una recitazione effettata non li aiuta di certo. Restano una serie di scene della lotta di classe (a letto), una dialettica Milano-Sanremo tra alta borghesia e ceto medio. Ma qui l’amore è un amore molesto.