A volte ritornano, purtroppo o per fortuna. E, certo,
Sacha Baron Cohen non avrebbe mai accettato di rimanere solo una meteora. Divenuto archetipo moderno con il suo cafonissimo kazako
Borat, uomo-candid camera che girava l’America per un finto documentario che progettava e attuava incursioni nelle vite di vip e nella quotidianità di persone normali, tra happening religiosi e rodei (con uno sguardo antropologico-comico dalle intuizioni estemporanee ma acute), per la sua sgradevolezza scorretta e spesso eccessiva, era stato incoronato re del political trash.
Col fido
Larry Charles alla regia sfruttava i pregiudizi per sbugiardarne altri, spesso con una mano troppo pesante e un’originale banalità. Un saltimbanco che ha sfruttato la convenzionalità del cinema moderno per apparire geniale, che ha usato la società della comunicazione come grimaldello per scardinarne le stesse fondamenta, non tanto un grande attore o regista (facciamo fatica a pensare che dietro la macchina da presa ci sia davvero Charles) quanto un furbo conoscitore dei suoi tempi e delle sue perversioni.
Ma allora c’era l’effetto sorpresa ad abbagliare tutti (nonostante il doppiaggio di
Pino Insegno, inevitabilmente penalizzante, mentre con
Brüno l’attore italiano fa un lavoro quasi simbiotico, complimenti) e valeva sia per gli involontari protagonisti che per gli spettatori. Ora ci riprova, il nostro antieroe spiacevole e volgare, ma il suo faccione, per quanto truccato e messo sopra altri improbabili vestiti, è decisamente più riconoscibile. Questa volta tocca a Brüno, cacciatore di fama austriaco dall’accento esilarante e dai giochi di parole sgrammaticati e geniali (la storpiatura dei nomi dei vip, Bradolf Pittler in testa, rimarrà nella storia), dalla vita sessuale parossistica e grottesca (si vedano i primi cinque minuti, disgustosamente irresistibili) e dal cinismo invincibile e, a suo modo, puro (per essere come Brangelina, scambierà un ipod in cambio di un bimbo nero, che imbarca in aereo e neanche come bagaglio a mano!).
E il risultato è discontinuo e, purtroppo, abbastanza insoddisfacente. Sacha Baron Cohen rimane un grosso punto interrogativo- genio o solo astuto?-, e con
Borat sembra aver esaurito la sua unica buona idea, che qui replica con (poche) variazioni sul tema. Allo stesso tempo, però, alcune scene geniali sparse tra una noia ben montata e per lo meno varia valgono il prezzo del biglietto, dal già citato inizio all’incredibile ruolo di questo esibizionista gay austriaco (con tanto di lacchè innamorato) che si fa mediatore di pace in Medio Oriente, inserendo come sempre elementi di verità nel suo film (qui i faccia a faccia coinvolgono veri esponenti politici, sociali e persino dei servizi).
Ma non serve emigrare per ritrovare l’effetto sorpresa, e lo stesso mondo che lui denigra, proprio per i difetti che gli consentono di incassare soldi a palate, potrebbe fagocitarlo.
E, forse, c’è pure da augurarselo.
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l'insostenibile leggerezza dell'essere Sacha Baron Cohen: un saltimbanco sopravvalutato
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