Da argomento tabù che era, il racconto dell'Iraq attraverso i volti scavati e smarriti dei reduci incapaci di re-inserirsi nella società sta invece diventando il simbolo di una nazione che affronta con dovuto senso di colpa ciò che la propria politica ha loro restituito: dei corpi vivi, ma in un certo senso psicologicamente morti.
Al giorno d'oggi un film come The Hurt Locker di Kathryn Bigelow, storia di un soldato che sceglie di tornare in Iraq proprio perché non riesce più a riadattarsi ad un mondo che non sia quello, concorre per l'Oscar, ma solo pochi anni fa un altro film sul genere come Nella valle di Elah di Paul Haggis, ancora insuperato sia in quanto atto di denuncia che per forza emotiva del racconto, veniva visto come la peste.
Insomma, in un paese sempre meno restio ad affrontare questi fantasmi, il regista Jim Sheridan ha vita più facile e si permette con questo suo Brothers di adattare la materia ad un genere popolare come il melodramma familiare, già in voga negli anni cinquanta proprio per smascherare il marcio di una nazione nascosto sotto la facciata della perfetta famiglia con padre eroico, fiero e patriottico.
Americanizzando l'originale svedese di Susanne Bier, Non desiderare la donna d'altri, Sheridan prende spunto da un triangolo amoroso per raccontare l'Iraq in un film senza particolari guizzi di regia (sebbene con una sequenza thrilling finale davvero ben costruita), ma focalizzato soprattutto sui personaggi e sulla recitazione degli attori.
La storia in sé è un classico del genere: la moglie di un soldato dato erroneamente per morto si innamora del cognato, ma proprio quando ritrova la serenità il marito ripiomba come reduce nella sua vita sconvolgendo l'equilibrio ritrovato. Molti ricorderanno a proposito il Pearl Harbor di Michael Bay, ma fortunatamente qui non abbiamo la patinata confezione da blockbuster e in più ci sono fior fior di attori a dare volto e spessore al dramma.
Il film ha momenti intensi, altri molto intimi ma di sicuro impatto emotivo, confermando la predilezione del regista di Nel nome del padre e Il mio piede sinistro per un tipo di narrazione classica ma forte e potente. Troppa superficialità e sbrigatività nel raccontare le vicende belliche in Iraq minano in più punti la scorrevolezza del film, e anche qualche retorica di troppo, volta a sottolineare a tratti in maniera troppo enfatica l'importanza della famiglia e della fratellanza, rischia di far scivolare la pellicola in un eccesso di didascalismo.
Ciò non toglie comunque efficacia al film, sorretto in maniera più che egregia forse dai tre attori più rappresentativi di un'intera generazione di interpreti americani, da un sorprendente Tobey Maguire (nominato ai Golden Globes per questo suo ruolo di reduce), a Jake Gyllenhaal e Natalie Portman, che in maniera molto delicata riescono a dare espressività e forza ai loro personaggi.
|
Sheridan pesca dal cilindro tre grandi attori per un dramma emotivamente forte.
|
 |