La moltiplicazione d’immagini e testimonianze e, in generale, d’informazioni sul mondo che ci circonda, resa possibile dai nuovi media, ha davvero moltiplicato esponenzialmente anche le nostre possibilità di giungere alla verità dei fatti, alla loro reale natura? O forse, non ha reso le telecamere oggi alla portata di tutti uno strumento pericoloso, quasi un’arma vera e propria, per chi volesse imporre la propria visione di determinati avvenimenti?
Interrogativi simili percorrevano due straordinarie opere di altrettanti maestri del cinema contemporaneo: Redacted e Diary of the dead, rispettivamente di Brian De Palma e George A. Romero.
Allo stesso modo, ma con qualche furbesca pretesa sociologica in più, anche il giovane Antonio Campos, esordiente di appena 25 anni (un’utopia nel nostro paese) dopo gli studi alla Tisch School of the Arts presso la New York University, indaga su questioni analoghe con il suo Afterschool.
Rob (Ezra Miller) è un ragazzo introverso che intrattiene un rapporto più intenso con il proprio computer e con i video che scarica dalla Rete, immagini di vita di ogni genere (filmini casalinghi, risse scolastiche, video pornografici, un gatto che suona al pianoforte fino all’impiccagione di Saddam Hussein) a portata di un click del suo mouse, che con coloro che lo circondano, professori e studenti della prestigiosa scuola del New England da lui frequentata. Proprio questa sua passione lo porterà a riprendere (casualmente oppure no?) la morte per overdose di due sue compagne e a ricevere l’incarico, da parte del preside dell’istituto, di realizzare un filmato commemorativo che aiuti l’elaborazione del lutto collettivo.
Gli effetti di tale compito sulla psiche tormentata del ragazzo saranno devastanti, anche a causa di una realtà che lo circonda, e che lui stesso vive, che gli appare indifferente all’accaduto. Un mondo che, superato l’iniziale, breve istante di shock, ha già dimenticato la tragedia, pur conservando la maschera della costernazione ipocrita, ed è pronto a passare al prossimo shock, alla prossima scossa che sappia ridestarlo dal torpore.
“Un’immagine vale più di mille parole” si diceva un tempo e le conseguenze di una simile convinzione si pagano, in una società che ha visto lo statuto di verità di quelle stesse immagini svuotarsi di significato, in virtù dell’incremento di formati e punti di vista. Si pagano in termini d’insicurezza, di confusione crescente e di opacità emotiva e valoriale che porta ogni tipo di sensazione, dall'amore all'amicizia fino alla morte e al dolore, ad estinguersi nel breve arco di tempo di un filmato di Youtube.
Argomenti forse troppo complessi per essere padroneggiati da un regista esordiente che, infatti, non riesce ad affrontare senza una buona dose di banalità e senza evitare alcune «trappole» dell’inesperienza. Essa, da un lato, impedisce a Campos di soffermarsi maggiormente sullo spunto veramente innovativo della sua riflessione (la relazione di dominio-sottomissione che lega, rispettivamente, chi sta dietro e chi davanti all’obiettivo di una telecamera, chi guarda e chi è guardato), dall’altro lo porta a cedere al fascino del voler strafare per mettere in mostra il proprio talento, sia per quanto riguarda certe soluzioni narrative «di comodo» (le ragazze belle e dannate; gli adulti distanti e disinteressati) sia per la scelta di un’estetica un po’ troppo compiaciuta.
Peccato, perché i meriti di questo giovane filmaker non mancano.
Il più importante di essi è, senza dubbio, l’aver messo a fuoco tale dramma dalla prospettiva degli adolescenti, i massimi fruitori (sia attivi che passivi) di questi media che, come illustrava ottimamente Gus Van Sant in Elephant (e Campos dimostra di aver imparato la lezione indipendente di questo cineasta), riempiono la loro esistenza sociale e psicologica.
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Esordire a 24 anni con un film tanto complesso merita rispetto. Ma quanta furbizia...
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