Dal romanzo di Robert Harris, Polanski trae un (discutibile) noir sulla parabola di una giustizia indegna di questo nome, tutta “chiacchiere e distintivo”. Politici corrotti, agenti segreti coinvolti, osceni crimini di guerra e, nel mezzo, delitti senza castigo e sacrifici di innocenti.
La trama ruota intorno alla sorte di Ewan McGregor, abile ghostwriter che accetta di scrivere la biografia dell’ex Primo Ministro Pearce Brosnan ed entra così nella sua fortezza, dove conosce sua segretaria Kim Cattrall e la moglie Olivia Williams.
Dopo le prime scenette da commedia (raffinata solo in certi dialoghi), inizia l’indagine vera e propria sulla triste fine del predecente ghostwriter, trovato morto un giorno sulla spiaggia (in seguito a un incidente stradale, almeno così dicono). Così Mc Gregor s’improvvisa detective e si mette a rovistare goffamente cassetti, scartoffie, poi scova fotografie allarmanti, allora chiede, indaga, fa troppe domande. E, quel che è peggio, troppi errori. Si fida delle persone sbagliate, cede alle lusinghe di una donna pericolosa, si fa travolgere da un sistema (è il governo, bellezza!) decisamente più grande di lui. Il suo destino, come quello di tutti gli ingenui che si battono per un mondo migliore senza averne i mezzi, è inesorabilmente già scritto.
Se sulla carta gli elementi per un buon detective movie ci sono tutti e la storia non dà grossi cenni di difetto, è trasposta su pellicola che inizia a zoppicare. Il tipico meccanismo a orologeria di genere non scatta, tutto risulta troppo prevedibile e poco avvincente, la volontà di chiarire i dettagli e spiegare troppo uccide la suspance e, infine, la bravura degli attori conta poco quando la storia che si racconta è, in realtà, già vista e stravista. Di noir sul potere corrotto, con Cia o Fbi invischiati, ce ne sono a centinaia. Allora perché mai proporne l’ennesimo, senza grandi guizzi di regia né di sceneggiatura? Dove sta il forte movente che fa scattare il colpo di scena? Cosa si dice di più rispetto a un qualunque altro affresco nero di una società in cui chi beffano i cittadini onesti sono i potenti, e spesso fra loro figurano paradossalmente enti governativi di sicurezza?
I personaggi sono perfetti stereotipi di genere: il burattinaio dietro le quinte, la dark lady, la vittima ingenua, i complici doppiafaccia, nulla di nuovo. Senza contare che, all’occhio di uno spettatore smaliziato, le scene di un cadavere sulla spiaggia, la successiva in cui si dice che il predecessore è morto proprio sul lavoro e quella dopo in cui si vede un cassetto blindato contenente chissàcosa, possono sembrare decisamente cause-effetti tutt’altro che casuali.
Inutile fare ancora complimenti a Polanski per la sua ormai famosa regia: il suo ultimo film, che pure affascina per certe inquadrature, si rivela in più punti scontato e banale, un giocattolo fine a se stesso che nulla aggiunge alla storia del noir, tanto meno a quella del cinema.
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La sufficienza a Polanski non si può negare. Anche se sbaglia film e firma un noir un po’ noioso sul potere corrotto. Sai-che-novità.
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