Il regista russo Kirill Serebrennikov, noto per il suo approccio provocatorio e riflessivo, ha recentemente presentato il suo nuovo film a Roma. Con uno stile inconfondibile che unisce l’arte e la denuncia sociale, Serebrennikov affronta attraverso la pellicola una questione spinosissima: come affrontare il passato e le sue ombre, in un momento in cui la storia sembra essere destinata a ripetersi. Il suo film, ispirato al romanzo di Olivier Guez, si concentra su una figura controversa, il medico nazista Josef Mengele, e ci invita a riflettere su temi di attualità che ci interpellano profondamente.
Seduto in un cinema del centro di Roma, il regista, con il suo look casual ma distintivo, parla di come le sue opere rispecchino un’inquietudine collettiva. La sua visione porta alla luce le complessità della storia, mettendo in guardia da una memoria storica che rischia di essere dimenticata.
Un racconto che ci interroga sul presente
Il film narra gli anni di fuga di Mengele, un uomo che ha trovato rifugio in Sud America dopo la Seconda Guerra Mondiale, grazie a una rete clandestina che ha protetto molti criminali nazisti. La sua vita rappresenta un paradosso inquietante: un uomo che non ha mai rinnegato le sue azioni e per cui non c’è stata giustizia, rimanendo fedele a un’ideologia che ha causato la morte di milioni di innocenti.
Questo è un tema che risonanza con il nostro tempo. All’inizio del film, un personaggio afferma: “Non abbiamo bisogno di democrazie, ma di una mano forte”. Serebrennikov riflette su questa affermazione: “Le persone tendono a perdere la memoria storica. Molti di noi leggono libri e vedono film, ma ci sono persone che credono a queste stupidaggini”.
Un’analisi della società contemporanea
Il regista, che ha subito le conseguenze della repressione in Russia, sostiene che la ricerca di soluzioni semplici è un sintomo di una mancanza di educazione. La sua esperienza personale lo porta a concludere: “Il problema è che le soluzioni semplici non esistono. Passeggiando per Roma, ogni monumento racconta l’idea della complessità dell’essere umano.”
Serebrennikov mette in evidenza come la cultura contemporanea, e in particolare le piattaforme come Netflix, tenda a semplificare le trame per attrarre un pubblico distratto, facendo così perdere di vista le sfumature e le complessità che caratterizzano la vita e la storia.
Memoria storica e responsabilità sociale
Il regista, osteggiato per le sue posizioni liberali, vive attualmente a Berlino, dove riflette su come la storia possa ripetersi. “Tutte le cose più terribili sono compiute da persone che non hanno memoria storica,” afferma Serebrennikov, sottolineando che la guerra è spesso dimenticata dai più. La sua opera, La scomparsa di Josef Mengele, diventa così un grido di allerta sulla necessità di mantenere viva la memoria.
Il regista continua: “In Russia, prima della guerra in Ucraina, si sentiva dire: ‘Vinceremo di nuovo’. Ma le persone sembrano dimenticare il costo di quella vittoria.” La mancanza di consapevolezza storica porta a una ripetizione degli errori, e tutti i discorsi di grandezza nazionale possono portare a esiti catastrofici.
Un film che esplora il sistema
Serebrennikov non si limita a raccontare la vita di Mengele, ma esplora anche la rete di complici che ha reso possibile la sua fuga. “Il film non parla solo di Mengele, ma di chi ha permesso che lui diventasse ciò che è,” spiega il regista. L’idea che i veri mostri non siano solo gli individui ma anche il sistema che li sostiene è centrale nella sua narrazione.
In un’osservazione finale, Serebrennikov nota come Putin abbia iniziato come un sostenitore dei valori europei, per poi trasformarsi in un leader autoritario. “Oggi, grazie alla propaganda, molte persone sostengono la guerra,” conclude, lasciando aperta la questione su come la società possa affrontare il proprio passato e costruire un futuro migliore.




