Ad uno sguardo superficiale,
Michael Bay può apparire come il regista dell'eccesso, della frenesia e del puro intrattenimento.
In realtà, osservando con maggior attenzione, questa prima impressione risulta pienamente confermata!
I suoi film hanno l'intento dichiarato di avvolgere lo spettatore in una sequenza rapidissima, forsennata di inquadrature, ognuna delle quali raggiunge a stento, in montaggio, il secondo di durata. Sono immagini dall'impatto visivo debordante, che accompagnano trame sufficientemente elaborate da suscitare la curiosità del pubblico ma anche caratterizzate da un'evidente, voluta e schematica semplicità. I personaggi dei film di Bay, bidimensionali all'ennesima potenza, rifuggono qualsiasi accenno, anche il più vago, di approfondimento psicologico: c'è il buono (o, più spesso, i buoni, come la squadra di trivellatori capitanata da Bruce Willis in Armageddon), il cattivo (Megatron e i Decepticon in Transformers), la bella (Liv Tyler sempre in Armageddon, o Kate Beckinsale in Pearl Harbor o ancora Megan Fox in Transformers) e il «giullare» per gli immancabili intermezzi comici tra una sequenza action iper-adrenalinica e l'altra (Martin Lawrence nei due Bad boys o John Turturro in Transformers).
Un plot elementare, che procede spedito ed inarrestabile, totalmente privo di momenti morti e dettato da un unico imperativo: far divertire lo spettatore. Molto spesso fino al suo totale ed assoluto sfinimento.
Michael Bay interpreta la platea cinematografica alla stregua di un gruppo di bambini (rigorosamente maschi: non si offendano le fanciulle ma il suo cinema è senza dubbio just for men) che giocano ed il film, con la sua storia incredibile e divertente, con l'immediata immedesimazione che garantisce, con il suo disimpegno ed il suo esser facilmente dimenticabile, è il loro giocattolo preferito.
Ecco perchè, quando questa «estetica giocosa» ha la pretesa (e la presunzione...) di confrontarsi con trame più articolate e complesse, il risultato è fallimentare. Il film storico (Pearl Harbor) o la fantascienza filosofica di scrittori come Bradbury o Huxley (The Island) presentano una ricchezza di significati e sfumature che lo stile aggressivo di Bay non potrà mai cogliere. In questi casi particolari, quindi, la sospensione dell'incredulità che, solitamente, guida l'esperienza spettatoriale nella sala cinematografica, viene a mancare ed il divertimento lascia il posto al ridicolo e alla noia.
Allo stesso modo, però, l'aver affidato proprio a lui il compito di portare sullo schermo i Transformers è apparsa, da subito, una decisione particolarmente azzeccata. Chi meglio di Bay poteva realizzare una serie di pellicole (sarà una trilogia, se non qualcosa di più) basata su una linea di giocattoli (appunto...) della Hasbro, già ispiratrice di una serie a cartoni animati, e focalizzata sulla guerra tra Autobots e Decepticons, robot alieni capaci di assumere l'aspetto di qualsiasi apparecchiatura meccanica (automobili comprese, altra grande passione tipica dei maschietti)?
E, infatti, Transformers del 2007 si è confermato il blockbuster che tutti si aspettavano, incassando più di 700 milioni di dollari in tutto il mondo.
Un successo straordinario che Transformers - La vendetta del Caduto ha tutte le intenzioni di replicare, se non superare, con i suoi 51 minuti complessivi di sequenze con effetti speciali, i suoi 46 robot (erano «solo» 14 nel primo episodio...) ed i 145 Terabytes, l'equivalente di 35000 DVD, occupati sugli hard disk dei vari computer utilizzati per renderizzare e montare il film (in Transformers erano 20).
Del resto, i bambini crescono e, di conseguenza, crescono anche i loro giocattoli!