Possibile che il segreto della Pixar sia la “stupidità”? Secondo i suoi registi, protagonisti al Festival di Venezia di una lezione di cinema di oltre due ore e mezza, sembrerebbe proprio di sì. “Il segreto è essere sempre originali”, spiega Andrew Stanton, regista di Wall-E e Alla ricerca di Nemo, “ma per diventarlo bisogna anche essere incredibilmente stupidi. Bisogna cioè abbracciare entusiasti l’idea di fare errori, perché se non sbagli vuol dire che non rischi e se non rischi non puoi essere originale”.
L’esperienza della Pixar nasce il 3 febbraio 1986, data di fondazione dello studio da parte di John Lasseter, che inizia a pensare di realizzare dei film di animazione con una “improvvisata” squadra di nuovi talenti. “L’approccio con cui abbiamo iniziato era molto semplice: fare film nel modo in cui ci piacciono i film", racconta Lasseter, “Solo questa era la regola, oltre naturalmente all'idea di fare film per divertire tutto il pubblico, dai bambini agli adulti”. Su questo punto Andrew Stanton specifica la convinzione sua e dei suoi compagni di poter veicolare in formato cartoon non solo puerile divertimento e allegria, ma anche drammi, dolori e sofferenze: “L’animazione non è un genere, è un mezzo. I nostri film non sono quindi per bambini, sono “anche” per bambini”.
Per questo ai loro inizi i registi hanno deciso di prendere progressiamente le distanze dallo stile della Disney, che all’epoca aveva il dominio assoluto del panorama mondiale dell’animazione: “All’inizio ci siamo buttati in questa avventura con molta ingenuità”, racconta Stanton, “e con l'idea soprattutto di realizzare film che non avessero canzoni, villaggi felici in cui tutti ballano, villain troppo marcati o storie d’amore. Il bello è che siccome eravamo agli inizi abbiamo chiesto consiglio alla Disney e ci hanno detto di fare film con canzoni, villaggi felici, villain marcati e storie d’amore. Abbiamo fatto di testa nostra”.
La prima difficoltà da superare per la neo-nata associazione era l’elaborazione di un primo soggetto da sviluppare. Spiega Lasseter: “In realtà quello è stato abbastanza semplice. Innanzitutto da noi non conta chi ha avuto l’idea, perché chiunque può dire la sua e alla fine è la migliore intuizione quella che viene scelta. Credo che in una forma così collaborativa come l’animazione un approccio collegiale sia necessario. Il secondo passo è stato poi stabilire l’obiettivo e la destinazione finale. Ci siamo allora chiesti: che cosa ci è rimasto più impresso della nostra infanzia? I giocattoli. E così è nato Toy Story”.
Dopo il successo di questo film arriverà anche un sequel, idea che, ora che stanno per arrivare anche Toy Story 3 e Cars 2, ha sempre destato perplessità tra i fans della Pixar. “Anche noi generalmente siamo scettici sui sequel”, ammette Stanton, "Tutti noi pensiamo che gli unici sequel validi della storia del cinema siano stati solo Il padrino II e L’impero colpisce ancora, tuttavia eravamo davvero affezionati a quei personaggi e credo che in questi casi l’importante sia solo non ripetersi. Quando scopriamo che ci stiamo ripetendo cestiniamo subito il tutto”. Lasseter anche si unisce nel dire che l’assenza di formule è forse l’arma vincente della Pixar, dato che a ripetersi si finisce prima o poi per annoiare e non si aiuta l’evoluzione e il miglioramento (riferimento alla rivale Dreamworks? Chissa…).
Raccontati gli esordi, i registi hanno mostrato il loro modo di lavorare, offrendo al pubblico la possibilità di vedere storyboard, sceneggiature, abbozzi di scene, personaggi dei vari film e vari work in progress. Ne è emersa la profonda professionalità e settorialità con cui ogni singola operazione viene realizzata. Brad Bird (Gli Incredibili, Ratatouille) racconta a proposito: “Il nostro modo di lavorare ha cambiato le regole del fare animazione: solitamente si partiva da una sceneggiatura, per poi fare storyboard, colonna sonora e infine dialoghi. Noi invece iniziamo proprio dallo storyboard, dopo il quale scriviamo e registriamo i dialoghi e le musiche”. Il regista spiega anche la rottura che la Pixar ha attuato con il modo precedente di girare un film d'animazione: "Si prediligevano inquadrature brevi perché erano più semplici da gestire e realizzare. A noi invece piaceva il movimento, dare l’impressione della macchina da presa con i suoi carrelli, le sue panoramiche e i suoi dolly. Questo è stato sempre l’obiettivo delle nostre regie, e credo che con Wall-E e Up abbiamo ottenuto i migliori risultati in questo senso”.
Lee Unkrich, regista del prossimo Toy Story 3, racconta invece l’evoluzione del doppiaggio, un lavoro in realtà certosino e complesso: “Sembra di stare in cucina alle prese con la scelta degli ingredienti più freschi”. L'operazione infatti consiste nel far recitare una battuta svariate volte e prendere poi le parti migliori da ognuna di queste (anche un piccolo suono), componendole poi tutte insieme nel risultato finale. “Ogni dialogo”, continua Unkrich, “è inoltre prima abbozzato e poi fatto recitare da qualcuno di noi per vedere l’effetto sull’immagine e sul personaggio. Solo alla fine vengono chiamati gli attori a doppiare”.
Insomma, tutto sembra funzionare come una macchina in continua evoluzione, perfetta nella sua organizzazione e sempre desiderosa di rompere le regole, sperimentare e dare spazio alla libertà creativa. Ecco dunque infine la filosofia Pixar, riassunta in 4 punti da John Lasseter: “Dunque: 1) Non esiste politica, nel senso che non esistono impiegati, agenti o suddivisioni varie; 2) Non esistono i produttori, o meglio i produttori hanno con noi il minimo potere mentre sono gli artisti ad avere la massima libertà di decisione; 3) Si investe nelle persone e nei talenti emergenti per garantire il futuro e il ricambio; 4) Le cose si fanno in casa, nel senso che siamo noi a doverci sforzare ogni volta di trovare nuove idee, invece di andare a pescare soggetti da qualcun altro di esterno. Durante un'altra lezione come questa, dopo avere detto queste cose una ragazza incredula mi ha chiesto: Ma vivete nel mondo delle favole? Beh, secondo voi?”.