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George A. Romero

La morte si sconta vivendo: vita e opere del papà degli zombi

[del 08/09/2009] [di Paolo Zelati]
In occasione dell’attesissima proiezione veneziana di Survival of the Dead (George ha dichiarato di essere molto nervoso per questa sua prima volta in Concorso al Lido) ripercorriamo le tappe fondamentali della vita e della carriera di uno dei più lucidi registi americani contemporanei, un autore che, da quarant’anni, usa il cinema fantastico per parlarci di noi, di quello che siamo diventati e di quello che rischiamo (?) di diventare.

Il papà degli zombi nasce nel Bronx il 4 Febbraio 1940. Suo padre, George Marino Romero, era immigrato cubano mentre la madre, Ann Dvorsky, aveva origini lituane. Le prime scuole frequentate dal giovane George sono di stampo religioso, anche se il futuro regista non pareva impressionarsi troppo di fronte a santi e peccati dato che la sua mente era completamente assorbita dal fascino dei fumetti E. C. e dai grandi film fantastici tipo I racconti di Hoffmann di Michael Powell e Emeric Pressburger. Grazie ad una cinepresa 8 millimetri regalategli dallo zio, Romero gira il suo primo cortometraggio all’età di tredici anni: The Man from the Meteor. L’istruzione di George prosegue al Suffield Academy nel Cunnecticut dove il futuro regista di Zombi riesce a lavorare come assistente alla produzione sul set di Intrigo Internazionale per poi trasferirsi a Pittsburgh a frequentare il Carnagie Institute of Technology. Nel 1963 Romero fonda insieme a John Russo, Rudy Ricci e Gary Streiner la Latent Image e comincia a lavorare nel circuito pubblicitario, realizzando soprattutto spot e documentari industriali. Nel 1967, con i soldi guadagnati dall’attività pubblicitaria Romero e compagni comprano la prima macchina da presa a 35 millimetri e decidono di realizzare il loro primo vero lungo di fiction, quello che non potevano certo immaginare era che il risultato dei loro sforzi avrebbe cambiato per sempre la storia del cinema horror. Le riprese di La notte dei morti viventi cominciano nel giugno del 1967 e si concludono sette mesi dopo utilizzando un budget di 114000 $. L’idea originale di Romero e John Russo prevedeva una storia di fantascienza con astronavi e vampiri spaziali da girare “alla Ed Wood” ma poi a Romero venne l’idea degli zombi e le principali fonti di ispirazione vennero individuate nei vecchi fumetti della E.C. e soprattutto nel capolavoro letterario di Richard Matheson, “Io sono leggenda”. Proprio il libro di Matheson è alla base del significato politico del film, come dichiara lo stesso Romero a Giulia D’Agnolo Vallan nel volume monografico a lui dedicato ed edito dalla Lindau: “Secondo me i ghouls di Matheson avevano anche qualcosa a che vedere con Marx, nel senso che rappresentavano una società rivoluzionaria nell’atto di divorare la società esistente”. Romero quindi propone un film di svolta, di rottura sia a livello visivo (l’orrore è crudamente mostrato e non alluso come in molte pellicole contemporanee) che politico, in un periodo storico (1968) dove la voglia di cambiamento era forte e tangibile ad ogni livello della società americana. Il cinema Romeriano inaugura con questo film la sua “poetica della destrutturazione dell’ordine sociale”, un cinema che (come quello dell’amico John Carpenter) non conosce happy end e che, distaccandosi dalla tradizione Sci-fi e Horror degli anni 50’ e 60’ non mira a restaurare quell’ordine che una minaccia fantastica ha fortemente destabilizzato: da un tipo di cinema fantastico rassicurante si passa ad uno dubbioso e propositivo. La notte dei morti viventi ha anche il merito di sottrarre il cinema horror, per usare le parole di John Carpenter, “all’abbraccio mortale del gotico” e di trasportare l’orrore, che fino ad allora era quasi sempre stato ritratto ed identificato in un luogo “altro” (tipo qualche castello o metropoli europea), in pieni Stati Uniti d’America. Romero sottolinea questo cambiamento di prospettiva nel tragico finale di La notte dei morti viventi dove mostra con stile documentaristico il suo protagonista di colore(!) Duane Jones venire ucciso da una massa di redneck forcaioli che non possono non ricordare i miliziani razzisti e separatisti che ancora oggi si fanno notare per le loro infami rappresaglie.

Nel 1971 dopo il grande successo di Night, Romero e i suoi soci realizzarono con un budget di 100 000$ la commedia inedita There’s Always Vanilla, storia di un cantante rock in crisi di identità che scopre di aver un figlio: mal distribuito e praticamente non visto da nessuno il film è un completo fiasco. Nel 1973 esce Jack’s Wife (La stagione della strega), film di cui Romero curò anche la sceneggiatura, la fotografia e il montaggio, ma che ebbe, anch’esso, poca fortuna. Il film, parabola sulla condizione della donna borghese americana che si butta sulla magia per scappare dalla noia esistenziale, è girato da Romero con uno stile onirico e metaforico che sconfina spesso nel grottesco. Finito nelle mani del produttore senza scrupoli Jack Harris, La stagione della strega viene spacciato per softporno e tagliato di 40 minuti, inaugurando così una tradizione che vedrà George Romero combattere contro i tagli dei distributori per tutto il corso della sua carriera. Il 1973 è anche l’anno di The Crazies (La città verrà distrutta all’alba), altro grande film politico nel quale Romero racconta l’odissea di un’intera città contaminata da uno strano virus di fabbricazione militare che trasforma i contagiati in folli killer senza controllo; l’unica soluzione trovata dall’esercito sarà sganciare una bomba atomica. In questo film, doloroso e afflitto dall’ossessione complottista tipica del cinema americano anni Settanta, comincia ad emergere chiaramente la critica del regista nei confronti dei mezzi di comunicazione, qui presenti ma inefficaci mentre nella trilogia degli zombi seguiranno una corruzione progressiva culminata nell’annullamento. La critica antimilitarista presente nella sceneggiatura, e per altro leit-motiv del cinema Romeriano, costruisce sequenze di un’attualità raggelante se si pensa alla mobilitazione statunitense post 11 settembre (in un’intervista del novembre 2001 lo stesso Romero mi mostrava incredulo foto del film e foto di cronaca americana senza percepirne una sostanziale differenza, n.d.r.). Nel 1974 Romero e Richard Rubinstein (suo produttore storico alla Laurel) realizzano una serie tv finanziata grazie ad una serie di sgravi fiscali e intitolata The Winners: 17 documentari su delle personalità eminenti dello sport americano tra cui O.J. Simposon e Bruno Sammartino. Il ritorno al lungometraggio avviene nel 1977 con Martin (Wampyr), pellicola affascinante e durissima nella quale Romero affronta il tema del vampirismo da un punto di vista attuale e metaforico, anticipando di vent’anni i vampiri urbani e sofferenti di Abel Ferrara, Katherine Begelow e Larry Fessenden. La storia del giovane ragazzo Martin (uno stupefacente John Amplas) che per effetto di una vecchia leggenda familiare viene creduto da tutti un vampiro fino a convincersene lui stesso, è, come Jack’s Wife, una parabola con la quale Romero denuncia il bigottismo catto-borghese di una società perbenista incapace di accettare le diversità.

Il 1978 è l’anno in cui i morti viventi tornano a camminare: a causa di una banale problema di copyright (che comunque fece perdere al regista un sacco di soldi) Romero non può usare la sigla “Living Dead” e perciò il titolo di uno dei sequel più famosi della storia del cinema diventa Dawn of the Dead (Zombi). Dawn si svolge quasi essenzialmente all’interno di un grande centro commerciale americano dove si rifugia un gruppo di sopravvissuti all’attacco dei morti viventi affamati di carne umana (l’antropofagia è un elemento nuovo introdotto da Romero nella mitologia degli zombi) vivendo in una sorta di microcosmo. Romero cambia il luogo dell’assedio, aggiunge il colore e gli effetti ultra-gore di Tom Savini, ma non l’assunto principale: come in Night l’interesse del regista si focalizza sugli esseri umani: schiavi del consumismo e dell’individualismo, impossibilitati a fare fronte comune di fronte ad una minaccia irrazionale che, se osservata da vicino, non è poi così misteriosa. Uno dei film più politici e giustamente famosi di tutto il New Horror americano: ne esistono ben tre cut ufficiali. Quando nel 1981 esce sugli schermi americani Excalibur di John Boorman, alcuni critici fuori dal coro indicano un altro piccolo film come vero interprete dei valori Arturiani: si tratta di Nightriders, forse l’opera più ambiziosa e personale di George Romero (4 milioni di $ di budget), ottimista e carica di un idealismo romantico che però (complici le due ore e mezzo di durata) non ha conquistato il cuore del pubblico. Dopo gli infausti esiti al botteghino Romero si convince di tornare all’horror e, in collaborazione con Stephen King, realizza il sottovalutato e coloratissimo Creepshow (1982) film ad episodi in cui i due maghi del terrore cercano di recuperare la magia e le atmosfere dei vecchi fumetti della E.C.

Nel 1985 vede la luce l’ultimo capitolo della famosa Dead Trilogy (ora, ormai, duplicata...): Day Of the Dead (Il giorno degli zombi), film bellissimo nel quale Romero spinge al massimo sul pedale del gore (sempre grazie a Savini e al giovane Nicotero) e della critica antimilitarista, confermando la sua visione nichilista di una società che per migliorare deve distruggersi e ricominciare da zero; nonostante ciò il finale lascia qualche speranza nella razza umana. Il bel thriller Monkey Shines (1988), tratto dal romanzo di Michael Stewart, chiude la mitica serie degli anni Ottanta. Gli anni Novanta non sono un gran periodo per George Romero, il quale, oltre a dirigere uno dei due episodi di Due occhi diabolici (I fatti nel caso di Mr Valdemar) e ha realizzare il controverso (la lotta feroce con la produzione ha inciso sul risultato artistico) La metà oscura (1993), passa il suo tempo a scrivere sceneggiature che gli Studios, nonostante pagassero un sacco di soldi, gli bocciano sistematicamente (non si contano le riscritture di Resident Evil, film che avrebbe dovuto essere diretto da Romero, il quale aveva precedentemente realizzato lo spot per il videogioco). Nel 2000 George torna alla regia grazie ad una coproduzione americana-europea con il paupersitico e alquanto imbarazzante Bruiser, in cui il suo sempre coerente intento metaforico non trova una giusta trasposizione in immagini. Ma il vero ritorno in grande stile avviene nel 2005 con Land of the Dead (La terra dei morti viventi) attesissimo quarto capitolo della Dead Saga. Romero prosegue il suo discorso (che potrebbe essere riassunto nell’illuminante frase “they are us”) in modo commuovente con un film che alterna altissimi momenti di cinema (vedi la sequenza d’apertura) ad azione e godibilissimo gore. Il successo di Land (soprattutto nel mercato home video) e il rinnovato interesse per “il cinema degli zombi”, spinge George Romero alla realizzazione di Diary of the Dead (incredibilmente inedito in Italia), piccola produzione in cui il regista di Pittsburgh ritorna “alle origini” (il film è una sorta di prequel) riproponendo un mix delle grandi tematiche che caratterizzano la Dead Saga, con particolare enfasi sulla “confusione mediatica” e lo stravolgimento dell’informazione. Survival of the Dead, il film che verrà proiettato in questi giorni a Venezia, si annuncia come un ulteriore passo in avanti nella poetica romeriana “della morte”. Restate sintonizzati…
 

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George A. Romero persona: George A. Romero data di nascita:04/02/1940ruolo:regista, autore, produttore

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