Vero, abbiamo aspettato un pó per raccontarvi di questo film. Avevamo bisogno di pensarci, di vedere l'effetto che faceva nel nostro paese a responsabilitá limitata. Sentivamo che era un capolavoro, ma temevamo che sarebbe stato una goccia nel mare in cui le portaerei si danno battaglia (da una parte le destre fasciste, dall'altra quelle moderate del PD che molti considerano l'acronimo di pseudodemocratici, altri di partito destrorso, altre delle imprecazioni dei suoi elettori) mentre noi anneghiamo nel deserto della democrazia.
Parlavamo con il regista Erik Gandini e ci siamo trovati il ragazzo fessacchiotto che vuole la fama catodica a tutti i costi- Ricky, l'incrocio tra Jean Claude Van Damme e Ricky Martin- subito con una richiesta d'autografo da parte della ragazzina di turno e di uno speranzoso emulo. Temevamo che Corona, nel paese di furbastri in cui, avendo tutti colpe gravi si é tutti innocenti, diventasse un eroe piú amato e acclamato di prima. Non é successo, perché forse non é vero quello che Berlusconi diceva ai suoi venditori alle assemblee di Publitalia, “che il pubblico é un bambino di 11 anni e neanche tanto intelligente” o, come canta Guccini in Cyrano, ”il pubblico é ammaestrato e non vi fa paura”.
Settecentoquarantamila euro di incasso per un documentario sono un bel successo, 60 sale dopo tre settimane di programmazione un miracolo, il passaparola ha funzionato e la gente non ha paura di essere inchiodata alle proprie responsabilitá. Videocracy nasce come un film che Gandini fa per gli stranieri, un Bignami dell’Italia e della sua videocrazia ormai trentennale, degno erede, o forse virus evoluto del ventennio fascista e del cinquantennio democristiano. Gandini non va contro Berlusconi, ma contro gli Italiani, non si scaglia contro quello che ormai é un simbolo e una bandiera, una parossistica caricatura di se stesso, ma contro il sistema che lui ha corrotto, ma sarebbe piú giusto dire corretto, perché l’Italia era giá marcia prima, lui le ha solo tolto il senso del pudore e ogni regola (in politica, nel calcio, nel cinema, nell'editoria).
Il regista, che in Svezia si é rifugiato quando l'impero berlusconiano sembrava ancora la rottura di un monopolio e non l'inizio di un regime, torna come un alieno nel suo paese, e il fatto di vivere in un paese civile lo porta ad avere ancora la capacitá di indignarsi, ridicolizzare, capire, cercare. E così dietro il ciarpame del nazi Mora, del Robin Hood da strapazzo Corona (Gandini ne fotografa la perversa genialitá trash), del tapino Ricky, c'é il regista del Grande Fratello che ci spiega certi meccanismi, ci sono materiali di repertorio, Rai e Mediaset che, non a caso, hanno prontamente censurato il trailer, c’é quella videocrazia di tette grosse, cervelli anestetizzati, maschilismo selvaggio, edonismo che ha ucciso questo paese per poi farlo rinascere come uno zombi decerebrato e affamato solo di idiozie, spazzatura, potere, soldi, apparenza. Videocracy siamo noi, un popolo che é stato spinto a cercare in Berlusconi il suo eroe perché tradito, fin da prima della sua nascita, da tutte le sue classi dirigenti. Un paese massone, che l'unico vero obiettivo che ha saputo raggiungere, nella sua storia, é stato quello di realizzare tutti i sogni e i progetti di Licio Gelli e della sua Propaganda 2.
Videocracy fa venire voglia di andare sulle montagne (se sono troppo lontane, almeno arrivate in sala a vedere questo capolavoro), di cercare una nuova Resistenza etica, estetica, morale, politica, sociale. Peccato che la nostra poltrona sia tanto comoda e la tv una tentazione troppo grande. Eccolo il vero miracolo italiano.
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Perché non dobbiamo battere Berlusconi, ma combattere il Berlusconi che é in noi
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